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La verità sulla guerra per il potere bancario

La balla UniCapitalia

La disinformazione sulla fusione è di fonte prodiana. E puzza di bruciato. E a Trieste…

di Enrico Cisnetto - 21 maggio 2007

C’è una balla colossale che i “nemici” della fusione tra Unicredit e Capitalia – i concorrenti e i loro referenti politici –hanno messo in giro nel tentativo, a quanto pare disperato, di bloccare l’operazione. La disinformatia tende a dipingere “Unitalia” come un fattore dirompente degli equilibri del capitalismo e del sistema bancario italiani, riducendone la sua motivazione alle sole conseguenze che si produrrebbero nella filiera Mediobanca-Generali e Rcs. Le cose non stanno così.

Prima di tutto nel credito, dove, al contrario di quanto viene “proditoriamente” affermato, la nuova aggregazione potrà riprodurre quell’equilibrio che l’unione tra Sanpaolo e Intesa aveva spezzato. Per capirlo basta analizzare la classifica delle banche italiane per quote di mercato calcolate sulla base del totale degli attivi: mentre fino all’anno scorso c’era un sufficiente equilibrio nel gruppo delle prime cinque, ora quella più grande, SanIntesa, raggiunge ben il 22,5%, un peso più che doppio rispetto alla seconda, Unicredito, che non arriva all’11%, e triplo nei confronti sia dell’istituto piazzato al terzo posto, il Montepaschi, che conta sul 7,6%, sia di quello al quarto, Capitalia, che conta sul 6,4%.

Quattro volte più piccoli sono poi i due gruppi nati recentemente nel mondo delle Popolari, l’Ubi (Bpu più Banca Lombarda) e Banco Popolare (Verona-Novara più Bpi, ex Lodi), che con rispettivamente il 5,5% e il 5,1% salgono nell’olimpo del credito nazionale. Questo significa che Unitalia raggiungerà una quota di poco superire al 17%, tale da ridurre il peso eccessivo si SanIntesa ma neppure non in grado di colmare interamente il gap, tanto che la differenza tra il primo e il secondo gruppo bancario, una volta terminato il grande risiko, equivarrà alla forza di quella che a quel punto sarà la quarta banca italiana, l’Ubi.

Come si vede da questi numeri, dunque, la fusione che domenica 20 maggio dovrebbe trovare la prima formale consacrazione non soltanto non stravolge gli assetti del sistema bancario, ma anzi rappresenta una vera e propria necessità per ritrovare gli equilibri perduti. E siccome dalle banche dipende la quasi totalità dell’intero capitalismo nostrano, per la proprietà transitiva si può dire che quello stesso riequilibrio è destinato a riprodursi anche nel mondo industriale e terziario. Con benefici effetti, a cominciare da un posizionamento meno sbilanciato degli assetti di potere economico-politici, che nell’ultimo anno si sono clamorosamente spostati creando ulteriori momenti di conflitto in due mondi che erano già fin troppo caratterizzati da guerre fratricide a tutto danno del sistema-paese.

Si dice: ma l’operazione Unicredit-Capitalia ha come scopo quello di alterare gli attuali assetti di Mediobanca, e di conseguenza quelli in Generali e Rcs. Ora, fermo restando che l’analisi fin qui svolta consente di escludere che questa sia la “vera” finalità – rendendo quindi inaccettabile l’idea che per avere il via libera Profumo e Geronzi dovrebbero preventivamente “negoziare” (non si capisce bene con chi) gli assetti azionari e di governance di piazzetta Cuccia, di Trieste e di via Solferino – nessuno può negare che l’unire Unicredit e Capitalia produca effetti collaterali. Ma qui bisogna essere molto chiari.

Può darsi che la presenza di due quote del 9,39% e dell’8,68% nel capitale di Mediobanca faccia molta differenza rispetto ad una sola del 18,07%, anche se francamente lo spirito con cui è stato costruito il patto di sindacato che governa l’istituto è basato sui rapporti di forza tra tre diversi gruppi di azionisti, e quello A (bancario-assicurativo) cui appartengono sia Unicredit che Capitalia continuerebbe a pesare per il 22,39% del capitale, contro il 25,7% del gruppo B (industriali) e il 9,52% di quello C (gruppi esteri). Ma se così fosse, la riduzione di quel 18% con una ridistribuzione proporzionale della quota eccedente non sarebbe un soverchio problema.

Detto questo, è un segreto di Pulcinella che ormai Mediobanca interessi per le sue partecipazioni in Generali e in Rcs. E che a quei due obiettivi strategici mirino coloro che stanno disperatamente mettendo i bastoni tra le ruote a Unitalia è testimoniato dal fatto che taluni osservatori (neutrali?) abbiano ipotizzato che la quota eventualmente eccedente di Mediobanca dovrebbe andare a finire – non si capisce in base a quale sacro comandamento – a SanIntesa, trascurando l’incrocio azionario che si determinerebbe.
Specie a Trieste, la partita è aperta, e ci torneremo sopra presto. Chiarendo però da subito che non sarà la guerra tra Bazoli-Passera e Profumo-Geronzi a salvare l’italianità delle Generali.

Pubblicato su Il Foglio di venerdì 18

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