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La boccata d’ossigeno che serve all’aziende

L’utilità dello scudo “ter” tremontiano

Che fare di questi “peanuts”? Diamoli al sistema produttivo

di Enrico Cisnetto - 17 luglio 2009

Chiedetelo a Obama. A chi lo ha accusato di riportare con lo “scudo” il paese nell’eticamente infido territorio del condono fiscale, Giulio Tremonti ha fatto bene a ricordare che la decisione di incentivare il rientro dei capitali esteri è perfettamente coerente con la road map anti-paradisi fiscali decisa dallo stesso inquilino della Casa Bianca nel maggio scorso, e con le prese di posizione assunte al G20 finanziario del mese prima di Londra. Ed effettivamente le due mosse – stretta sui paradisi e rientro dei capitali – non possono stare l’una senza l’altra. E’ lo stesso schema “a tenaglia” che portò, trent’anni fa, alla famosa legge 159, quando il Parlamento, con una decisione storica, trasformò l’esportazione di capitali da reato amministrativo a reato penale, ma al contempo lanciò una sanatoria straordinaria per il rientro dei capitali fuggiti all’estero. Regolarizzazione più sanzione: lo schema non cambia, è solo aggiornato al paradigma della globalizzazione.

Ma per chi ancora agita la mannaia dell’etica, a chi parla di “condono” inaccettabile, andrebbe ricordato che forse un approccio ideologico su un tema come questo non è il miglior modo di ragionare. Lo sa bene lo stesso Obama, che si è lanciato in una defatigante braccio di ferro “etico” con la confederazione elvetica e con la regina delle banche svizzere, l’Ubs – pretendendo di andare a vedere i nomi dei 52 mila grandi evasori americani – senza riuscire a portare a casa nulla. “Non è un partner affidabile per negoziare”, ha detto qualche giorno fa il ministro svizzero Maurer, mettendo nel cassetto la questione.

Allora, forse, un po’ più di realismo sarebbe utile. Quello, per esempio, usato ieri dal Financial Times quando ha scritto che lo scudo “ter” tremontiano può essere utile, così come sono stati utili quelli del passato, che un’aliquota non punitiva funge meglio, e che comunque un approccio puritano su questi temi non serve a nulla, come dimostrano altre esperienze europee, fallimentari perché declinate secondo schemi troppo punitivi.

Ma il giornale della finanza inglese ha anche dato un suggerimento utile su quello che è il vero tema della questione: come utilizzare quei 3-4 miliardi che dovrebbero rientrare con lo scudo. Certo, a prima vista la scelta parrebbe facile: utilizziamoli per ripianare il debito. Le stesse stime del Dpef appena varato, che prevedono un rapporto debito-pil al 115% quest’anno e al 118% nel 2010 (mentre dalla Ue e dal altri organismi internazionali arrivano vaticini ancora più negativi, fino al 125% per l’anno prossimo), e il record storico 1.752,2 miliardi di debito toccato a maggio, indurrebbero in quella direzione.

Inoltre, si è rimesso a suonare il campanello d’allarme del famigerato “spread” di rendimento tra i buoni del tesoro italiani e tedeschi – che era sceso da 170 a 90 punti base e ora è risalito a quota 120 – indicando che la sostenibilità del debito sovrano italiano è sempre sotto attenta osservazione da parte dei mercati. Ma proprio perché la questione è seria ci si chiede, visto il “size” del problema, quale possa essere l’utilità marginale di una “manovrina” da 3-4 miliardi sullo stock di debito. Praticamente prossima allo zero, dico io.

E svuotare il mare con il cucchiaino per il solo gusto di dire di averci provato, francamente non mi pare operazione intelligente. Semmai, ciò che servirebbe per aggredire veramente il problema – che negli ultimi anni ci è costato una settantina di miliardi l’anno di interessi passivi (soldi sottratti allo sviluppo), e che quindi va aggredito – sarebbe un’operazione di finanza straordinaria di ben altre dimensioni. E qui, tra le diverse proposte emerse, la mia preferenza va ancora alla “vecchia idea” di Guarino.

Che prevedeva di creare una società pubblica, un grande fondo sovrano cui conferire tutte le partecipazioni strategiche (Enel, Eni, eccetera) e tutte le proprietà immobiliari dello Stato, da quotare in Borsa in diverse tranche. Una società che nel frattempo emettesse anche obbligazioni ad alto reddito. Con questa operazione, si potrebbe arrivare ad un abbattimento del debito del 30% circa, obiettivo sideralmente lontano da quello raggiungibile con i 3-4 miliardi dello scudo.

Che fare, allora, di questi “peanuts”? La risposta arriva dallo stesso Financial Times: diamoli al sistema produttivo. Strette tra il credit crunch, il crollo dei consumi e quindi dei loro fatturati, poco o per niente inclini agli investimenti, le imprese potrebbero quella boccata d’ossigeno che consentirebbe loro di evitare chiusure e licenziamenti, così come invece si profilano per l’autunno. Anche perché, i soldi dello scudo si andrebbero a sommare ai 2 miliardi già reperiti dalla manovra di giugno. E con 5-6 miliardi a disposizione, insieme alle misure – deducibilità degli utili reinvestiti, accelerazione dei pagamenti della pubblica amministrazione, incentivi all’innovazione – già decise, si potrebbe incidere in modo significativo sul lato dell’offerta.

Questo, dunque, è il vero tema da affrontare, non la solita discussione populista sui condoni ai ricchi, che si può ragionevolmente chiudere abbinando l’angloamericano “yes we can” con il classico latino “pecunia non olet”.

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