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La “necessità” di avere un titolo di studio

L’Università del degrado

Il mercato del quiz-test: l'ennesimo broglio di un Paese di miserabili “caste”

di Davide Giacalone - 13 settembre 2007

Punire chi ha fatto mercato dei test per accedere all’università, licenziare (e togliere dalla cattedra) quanti hanno scritto le domande bislacche o con risposte sbagliate, ma, prima di tutto, rendersi conto che il valore legale del titolo di studio ci restituisce università dequalificate e professionisti di basso livello. Dice Mussi che chi ha sbagliato deve pagare, il guaio è che l’errore più grosso lo commettono quanti, come lui, continuano a credere che le nostre università possano sopravvivere con un modello sociale oramai morto.

Perché c’è gente disposta a pagare trentamila euro pur di passare il test d’ammissione? Quell’investimento è fatto da famiglie di medici, dentisti ed altri professionisti che desiderano lasciare al pargolo zuccone l’avviata azienda paterna. Fra il dire ed il fare c’è di mezzo la necessità d’avere il titolo di studio. Non di sapere qualche cosa di cardiologia o di non scambiare le radici di un dente con le rape, ma il pezzo di carta che abilita all’eredità. Questo è il modello sbagliato che spinge alla devianza. In un libero mercato delle professioni solo dei dementi spenderebbero dei soldi per avere un pezzo di carta, e, del resto, c’è anche chi ne spende per farsi nominare cavaliere o nobile da ordini del piffero. In un mercato in cui, per restare alla sanità, a spendere sono i privati o le loro assicurazioni non ci sarebbe spazio per risaputi incapaci. Dove alla professione s’accede per solo titolo ed i soldi sono in gran parte pubblici, capita quello che è capitato a Gigi Sabani: vada tranquillo, è solo stanchezza.

Il numero chiuso è una buona cosa, anche perché evita che persone senza speranza perdano tempo. Ma lasciarlo amministrare con questionari che contengono strafalcioni o richiedono memoria sportiva, è un crimine. Più sono non pertinenti le domande più cresce il mercato della corruzione. E quando il mondo degli “arrivati” si presenta, a quanti devono partire, con il volto dell’ignoranza e della viscida furbizia, che razza d’italiani credete si selezionerà? Comunque la si gira, questa è una storiaccia. Un ennesimo cammeo raffigurante un Paese che degrada ed asseconda la difesa dei privilegi. La casta non è solo quella dei politici. Siamo un Paese di caste, miserabili. Con le annesse, non promettenti, rivolte plebee.

Pubblicato su Libero di giovedì 13 settembre

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario