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Il governo ha capito cosa ci facciamo in Iraq

L’opzione pacifista che non c’è

Gli strumenti di cui una diplomazia democratica dispone possono anche essere le armi

di Davide Giacalone - 07 giugno 2006

L’opzione pacifista non è fra le scelte possibili, la realtà della politica internazionale non si piega alla propaganda elettorale. Ora D’Alema s’accorge che i nostri militari in Iraq sono in missione di pace (bella prontezza di riflessi, aggiunga “su mandato dell’Onu” ed avrà recuperato quasi tre anni passati a raccontare il contrario), e Parisi si rende conto che non si può andare via così, adesso. Quel che ancora non hanno capito, invece, è che siamo tanto più vulnerabili quanto più diamo l’impressione di una decisione da prendersi.
Una scelta pacifista, in Iraq, non è possibile. I nostri nemici, i terroristi islamici che odiano la libertà, vogliono la guerra, vogliono il sangue e vogliono mettere le mani sul popolo iracheno. Possiamo lasciarli fare o impedirglielo, fuggire a fronteggiarli. Ma la pace no, non è tra le cose possibili. E non è un problema di destra o sinistra al governo, come dimostra il caso iraniano, di cui è bene cominciare ad occuparsi seriamente. Allora, che il regime teocratico di Ahmadinejad possa disporre dell’arma atomica è un tale incubo da far fatica a razionalizzarlo. Dobbiamo impedirglielo con la forza della diplomazia, il che significa che non possiamo escludere l’uso delle armi. Se non ci riuscissimo dovremmo “pacificamente” fronteggiare il pericolo, il che significa disseminare di armi nucleari tattiche i Paesi confinanti ed i possibili obiettivi, con questo portando le armi nucleari Nato non solo in Paesi confinanti con la Russia, ma piazzandole dove un tempo si estendeva il dominio militare dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia. Il che innescherebbe tensioni pericolosissime.
Si vuol salvare la pace? Benissimo, allora si stia pronti a spiegare al finto pazzo di Teheran che il problema non è quello di cercare il punto di divaricazione fra Stati Uniti ed Unione europea, ma di non costringere l’occidente a stritolarlo, come, del resto, meriterebbe. Questo è il modo per difendere la pace. Far finta di niente non serve, al più ci consente di calarci le braghe e lasciare che altri si diano da fare, magari sfilando disarmati e giulivi, felici della nostra stupida pace, nel mentre bambini, donne ed uomini subiscono le conseguenze della nostra fuga.
Certo, per la sinistra non è facile spiegare oggi quel che ha negato ieri, e, tutto sommato, può anche accontentarsi di una totale marginalizzazione internazionale pur di tirare a campare. Ma voglio sperare prevalga un sentimento diverso, una voglia di pace, che non sia quella dei cimiteri, ed un’aspirazione di libertà che indichi nei Saddam e negli Ahmadinejad i suoi nemici. Già, a proposito, perché non vedo mani una manifestazione di piazza contro i carnefici? Uno dei modi per essere loro complici è bruciare le bandiere delle democrazie.

www.davidegiacalone.it

Pubblicato su Libero del 7 giugno 2006

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