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Da “Profumo di buono all’orco dei derivati”

L’onnivora macchina mediatica

L’ennesimo capitolo della battaglia sul riassetto bancario e finanziario

di Enrico Cisnetto - 26 ottobre 2007

Sento il bisogno di distinguermi dal coro di prefiche che in quest’ultimo periodo hanno lanciato grida di dolore e indignazione contro le banche, e Unicredit in particolare, per la questione derivati. Più che una crociata per la morale e la salute pubblica (come vorrebbero darci a intendere), quella che si sta combattendo contro taluni banchieri sembra invece l’ennesimo capitolo della battaglia sul riassetto bancario e finanziario italiano. Dove si sta cercando semplicemente di contrastare con tutti i mezzi – e la calunnia, si sa, è un venticello che arriva assai lontano – chi ha le carte in regola per giocare un ruolo da protagonista nella partita. Altrimenti non si capirebbe il perché di tutta questa pletora di trasmissioni televisive dove anonimi bancari, il viso coperto e la voce camuffata – nemmeno fossero pentiti di mafia – si impegnano nel fare “clamorose” quanto inconcludenti rivelazioni su comportamenti senza nessun rilievo penale, e subito dopo a far loro il coro si presentano rappresentanti di associazioni di consumatori pronti a giurare che “le banche affamano la povera gente”. Intendiamoci: sarà di certo accaduto che qualche impiegato un po’ troppo furbo, per farsi il suo budget, abbia sollecitato i clienti a sottoscrivere forme di copertura pericolose come i derivati; ma la controparte di questo “truce commercio di buoi” non erano certo orfani e vedove, ma imprese medio-grandi per le quali è difficile sostenere l’ipotesi di una assoluta ignoranza delle regole e dei rischi connessi a questi strumenti finanziari. Di norma, queste aziende hanno sottoscritto gli impegni nella veste di “operatori qualificati”, per i quali la legge ha previsto – fino all’entrata in vigore della Mifid – oneri informativi più limitati a carico degli istituti di credito.

E’ vero che spetta alla banca informare e consigliare, anche in base alla situazione patrimoniale del soggetto in questione, ma ciò non vuol dire che la responsabilità (e gli oneri) dell’ultima decisione non siano comunque del cliente. Il quale non può, quando firma un contratto, fregarsi le mani soddisfatto perché è riuscito a “fregare il mercato” e poi, nel momento in cui le cose non girano per il verso giusto, fare la parte delle “tre scimmiette” e scaricare le presunte responsabilità – dico presunte perchè sui derivati è normale perdere quanto guadagnare – sulla banca. In più, quando questi è operatore qualificato, vale anche il principio del caveat emptor: conosci la materia, dunque devi essere accorto. E ciò a maggior ragione vale per gli enti locali, anch’essi spacciati per vittime del sistema bancario ladro e farabutto, quando è evidente che hanno firmato i contratti con l’obiettivo di far cassa (da spendersi “elettoralmente”), senza avere l’obbligo di rappresentarla come passività nei bilanci, e spalmando il debito su periodi più lunghi del ciclo politico in modo da lasciarlo ad altri. In questo caso, invece di badare al dito (le banche) perchè non si guarda la luna (il federalismo straccione)?

Ciò non vuol dire, per carità, che non ci siano state irregolarità. Ma si tratta di casi marginali, che possono esseri risolti serenamente, come d’altro canto si è già cominciato a fare, senza un clamore mediatico che, francamente, puzza di bruciato. Per esempio, perchè alla gogna è finita soltanto Unicredit, cioè proprio l’unica banca italiana che si sia assunta l’onere di dire a quanto ammontano le perdite su i suoi derivati (si badi: 1 miliardo su 100)? E perchè, sempre nel caso di Unicredit, si è taciuto che l’80% dei derivati era a ricopertura delle oscillazione dei tassi d’interesse, mercato sul quale si è verificato un andamento opposto a quello pronosticato da tutti, dall’Fmi all’ultimo degli operatori di provincia? E ancora, perchè si è considerato marginale il fatto che per oltre due terzi della cinquantina di casi in cui Unicredit è stata chiamata in giudizio, la giustizia le ha dato ragione? Un accanimento del genere fa sorgere il sospetto che gli strali lanciati contro Profumo – per l’occasione rimproverato di una perduta “diversità”, dimenticando che quell’abito gli era stato confezionato con analoghe forzature dagli stessi che ora parlano languidamente di “metamorfosi” – siano soprattutto diretti al banchiere che andando a fare shopping in Germania non ha affatto rinunciato a giocare un ruolo di “rottura degli schemi” nella nostra foresta pietrificata creditizia, come molti speravano (“sarà anche diventato il più grande, ma almeno sta fuori dalle balle”, è stato per mesi il refrain).

E che, dunque, si è rafforzato sul mercato domestico con Capitalia – e qui le vergini violate hanno cominciato a sollevare obiezioni, che non si erano sentite quando sembrava, anzi si auspicava, che quel passo lo facesse Banca Intesa – e che di conseguenza dice la sua su Mediobanca e Generali. E già, finché si trattava di dipingerlo come il pioniere del credito made in Italy all’Est e ancor più nel cuore dell’Europa, come il campione della la creazione di valore per gli azionisti, come il banchiere italiano più apprezzato all’estero e financo come il simbolo dell’anti-potere (categoria non meno perniciosa dei praticanti dell’anti-politica) perchè rinuncia a sedere nel salotto buono di Rcs, allora era “Profumo di buono”. Ora, invece, che si è alleato con il “diavolo Geronzi” e pretende di preoccuparsi che la “corazzata Generali” non finisca nella mani di chi non aspetta altro che bombardarlo, allora è diventato “l’orco dei derivati”.

Pubblicato su il Foglio di venerdì 26

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