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Il ritiro per onorare una promessa elettorale

L’Italia nel pasticcio iracheno

Ma chi è al governo dovrebbe essere ben più sensibile alle dinamiche internazionali

di Davide Giacalone - 29 maggio 2006

Il ritiro dall’Iraq sarà realizzato per onorare una promessa elettorale, per non avere problemi con la sinistra, per non correre rischi d’altri attentati contro i nostri militari. Sarà un disastro politico, sarà la premessa di guai grossi. E’ vero che anche la maggioranza di centro destra, nell’imminenza della campagna elettorale, aveva annunciato il ritiro delle truppe, ma (premesso che non ne avevo condiviso la tempistica) si trattava di questione assai diversa, visto che si intendeva farlo in accordo con le autorità irachene, con l’Onu e con i nostri alleati.
Oggi, alla vigilia di questo errore, è bene sottolineare tre cose. Primo, l’Italia non è in guerra. Chi lo sostiene, come il ministro Bianchi, disprezza le decisioni dell’Onu e calunnia Carlo Azeglio Ciampi, ritenendolo complice di una violazione della Costituzione. L’Italia è in missione di pace, su preciso e circostanziato mandato delle Nazioni Unite. Secondo, è interesse vitale del nostro Paese dimostrare che in terra islamica è possibile insediare un governo votato dal popolo, non teocratico e non aggressivo. I terroristi islamici hanno fatto e faranno di tutto per abbatterlo, giacché la sola esistenza di un Parlamento democratico è per loro una sconfitta planetaria. Consentire loro di spuntarla è un suicidio. Noi non siamo in Iraq (solo) per difendere la libertà degli iracheni, ma per difendere la nostra sicurezza. Quando ce ne andremo, braghe in mano, da quella terra saranno maturi i tempi della crisi iraniana, sarà caldo lo scontro fra le fazioni palestinesi, ed i terroristi sapranno che per togliersi l’Italia dai piedi, per interdirle qualsiasi peso politico, sarà sufficiente metterle paura. Così chiameremo il terrorismo a colpirci, ed a farlo sul suolo nazionale. Il pressappochismo propagandistico d’oggi è un boomerang che ci tornerà addosso, ed a quel punto servirà poco piagnucolare dicendo che siamo per la pace e pronti a dare soldi agli iraniani, ai fondamentalisti, ad Hamas, vale a dire a tutti i nemici della libertà, della sicurezza, dell’autodeterminazione dei popoli. Ai nemici d’Israele, a quanti vogliono cancellarlo dalla carta geografica.
Terzo, checché ne pensi chi straparla senza nulla conoscere di politica estera, Blair e Bush non sono due pazzi e nessuno dei due gode a sopportare l’impopolarità che deriva dai loro ragazzi morti in Iraq. Hanno dovuto ammettere che in Iraq sono stati commessi degli errori (e, del resto, non si conoscono scontri armati senza orrori), ma hanno ribadito che la missione non è conclusa e che non scapperanno. Lo hanno fatto, pagando prezzi in politica interna, perché ritengono che quello sia l’interesse dei loro Paesi e dei loro popoli. Hanno ragione, ed erano i nostri alleati di ieri, prima che si dovesse, in fretta, pagare la cambiale elettorale.

www.davidegiacalone.it

Pubblicato su Libero del 29 maggio 2006

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