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Ma il Paese reagisce bene alle riforme

L’Italia ha bisogno di liberismo

L’Ue abbassa le nostre stime di crescita. E le coalizioni non hanno soluzioni

di Davide Giacalone - 22 febbraio 2006

La Commissione europea esamina la condizione economica di cinque paesi Ue, e rivede, al ribasso, le previsioni di crescita per l’Italia. E’ interessante, però, guardare dentro questo dato, prendendolo per buono.

La crescita del pil italiano, nel 2005, è stata dello 0,1%. Non è recessione, ma la macchina era ferma. La previsione per il 2006 è di più 1,3%. L’Italia, fra i paesi esaminati, è quello che registra il maggiore incremento di reddito (previsto). La ripresa c’è, dunque. Con il che non si ribalta in positivo un dato negativo, perché occorre guardare ancora oltre.

Con quel più 1,3 l’Italia resta il Paese Ue che cresce meno (non sembri contraddittorio, perché il maggiore scarto è dovuto proprio al fatto che nel 2005 non siamo cresciuti), mentre la Spagna viaggia ad un più 3,1, dopo avere fatto, l’anno scorso, più 3,4. Adesso guardiamo a due dati che non riguardano le previsioni della Commissione: a fronte di uno sviluppo praticamente nullo, l’anno scorso, i nostri consumi energetici sono aumentati del 4%; sempre a fronte di uno sviluppo lentissimo, siamo il Paese Ue che riassorbe con maggiore efficienza la disoccupazione.

Il primo dato ci dice che in Italia cresce l’economia nera, o sommersa che dir si voglia. Il che significa che, a parte l’efficienza nello scoprire gli evasori, non si è riusciti a varare una politica d’alleggerimento fiscale che rendesse non conveniente l’immersione. Il secondo dato ci dice che dove sane politiche di riregolamentazione sono state varate, ed è il caso del mercato del lavoro con la legge Biagi, il Paese risponde, e positivamente.

Tutto ci dice che l’Italia ha bisogno di una guerra di liberazione, che la difesa degli interessi corporativi è, oramai, non confliggente, ma soffocante gli interessi generali. Ed è singolare che ci si avvii al giorno delle elezioni con il centro-destra che reclama di avere rispettato gli impegni presi, ed il centro-sinistra che considera sbagliata la ricetta liberista, quando di liberismo se ne è visto veramente poco. C’è, invece, stato l’aumento della spesa pubblica non diretta ad investimenti, e, pur in presenza di condizioni favorevoli, nelle nostre vele entra meno vento che in quelle di altri.

Domani, chiunque vinca, si spera non faccia né quello che ha fin qui fatto, né quello che promette di fare.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario