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La fragilità italiana nell’incertezza globale

L’Italia che sta al traino

Insisto: l’ottimismo sui dati economici è fuori luogo. Specie se in Europa corrono di più

di Enrico Cisnetto - 19 marzo 2007

L’Europa corre, gli Usa si prendono una pausa di riflessione e l’Italia, nonostante i numeri positivi, deve fare i conti con una crescita ancora fragile. I tanti dati che sono usciti in queste settimane disegnano uno scenario macroeconomico ancora non ben definito, dove l’incertezza regna sovrana. La Bce ha rivisto al rialzo le prospettive di crescita dell’area euro rispetto alle proiezioni di dicembre, prevedendo un tasso di incremento del pil compreso tra il 2,1 e il 2,9% nel 2007 e tra l’1,9 e il 2,9% nel 2008. Questo grazie soprattutto all’economia tedesca, che continua a sorprendere in positivo: l’indice Zew – che misura le aspettative del settore finanziario per i prossimi sei-nove mesi – è infatti balzato a 5,8 punti dai 2,9 di febbraio; gli ordini del manifatturiero sono rimasti stabili malgrado l’aumento dell’Iva arrivato all’inizio dell"anno (dal 16 al 19%). Il governo Merkel ha approfittato del circolo virtuoso innescato dalla ripresa prima per varare una riforma del sistema sanitario e allungare l’età pensionabile a 67 anni a partire dal 2029, e poi per alleggerire le imposte alle imprese, portandole dal 38,6% al 30% nel 2008. Negli Stati Uniti la situazione è più fluida. Già negli ultimi due o tre anni molti analisti hanno scommesso su una recessione a breve in arrivo, sbagliando regolarmente. Certo, ora gli elementi di preoccupazione si sono moltiplicati: dall’autorevole voce di Alan Greenspan, il quale per ben tre volte in un mese ha pronunciato la parola “recessione”, a un’inflazione che a febbraio è aumentata il triplo del previsto, fino alle difficoltà dei mutui subprime (quelli concessi ai debitori Usa a maggior rischio), ritenuti in grado di far scoppiare la bolla immobiliare e di far crollare gli indici di Wall Street con gli stessi effetti devastanti della new economy. Tuttavia non mancano i segnali discordanti: l’aumento dell’1% messo a segno dalla produzione industriale rappresenta il rialzo più forte dal novembre 2005. E le previsioni, pur univoche nel rivedere al ribasso la crescita, sono molto diverse nel definirne l’intensità: per esempio l’Fmi abbassa l’andamento del pil dal 2,9% al 2,5%, Goldman Sachs vaticina un +2,1%. Lo specifico della crescita italiana, invece, è la sua fragilità. Il vento della ripresa europea ha soffiato, ma il risultato dell’anno scorso può essere visto in positivo solo se ci si guarda allo specchio, visto che la crescita è stata sì discreta, ma comunque inferiore alla media Ue. E oggi, nonostante una trimestrale di cassa ottimistica (pil al 2%), le incognite continuano ad essere molte. La produzione industriale è stata in calo a gennaio (-1,4% su dicembre), e per di più l’Isae pronostica per tutto il primo trimestre un complessivo – 0,1%, (solo ad aprile +0,3%). Non solo: la Confcommercio prevede una crescita dei consumi soltanto dell’1,4% quest’anno – addirittura in diminuzione rispetto al 2006 – e la bilancia commerciale continua a registrare saldi positivi per l’export solo con i paesi Ue (+19,4% a gennaio), ma negativi rispetto al resto del mondo (-3%). Proprio questo ultimo dato ci dimostra che è la locomotiva europea a trainarci, mentre la perdita di competitività nell’ambito dell’economia globale non si è arrestata. A conferma che l’ottimismo del governo, degli analisti e di molti commentatori è fuori luogo.

Pubblicato su Il Messaggero di domenica 18 marzo

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