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La laicità è un valore condiviso

L’Islam e la democrazia

Le regole del Corano devono evolvere nei principi dello Stato laico e liberale

di Gilberto Muraro - 08 dicembre 2006

C’era anche un inglese cattolico, fuggito dalla persecuzione degli anglicani, tra i padri fondatori che 230 anni fa firmarono la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, da cui nacque lo stato liberale. Ma era l’eccezione, irrilevante sotto ogni profilo, che confermava la regola. E se qualcuno tra i veri padri fondatori - tutti appartenenti alla diaspora protestante - si fosse alzato a dire: io profetizzo che un giorno anche i «papisti» si ritroveranno in questa Dichiarazione e diventeranno leali cittadini dello stato liberale, sarebbe stato sommerso dalle risa, come si merita chi enuncia una contraddizione in termini senza accorgersene.

Giacché lo stato liberale nasceva dal principio di libertà, mentre la Chiesa cattolica, colpita da quella maledizione storica che è stato il potere temporale, predicava il principio di autorità. Non era neppure concepibile che un Papa potesse riconoscere «come verità di per se stesse evidenti che tutti gli uomini sono creati uguali, che sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, che tra questi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità; che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo tende a negare tali fini, è diritto del popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo governo e organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua sicurezza e la sua felicità».

Per molti anni le risate degli increduli avrebbero avuto buon fondamento. Nello Stato pontificio i liberali finivano sulla forca. E quasi un secolo dopo, nel 1864, la Chiesa ancora ribadiva con il Sillabo la condanna a tesi che appaiono oggi connaturate alla democrazia. Eppure noi sappiamo che quella profezia, se pronunciata, si sarebbe alla fine avverata. Nel 1919 Don Sturzo chiamava alla politica i cattolici con un appello «ai liberi e ai forti» (e già l’uso della parola liberi indicava il percorso fatto). Nella Resistenza fu significativo l’apporto di idee e di lotta dei cattolici; e senza il contributo della cultura cattolica non sarebbe nata una Costituzione repubblicana così equilibrata e valida. Fondamentale fu poi il sostegno del solidarismo cattolico allo sviluppo dello Stato sociale nel secondo dopoguerra. E infine i cattolici possono rivendicare come pensiero proprio il principio di sussidiarietà, inserito nell’art 118 della nostra Costituzione dalla riforma del 2001.

Oggi, insomma, i cattolici (quasi tutti, se non tutti) possono a buon diritto proclamarsi laici sul piano politico e sentirsi in sintonia con i protestanti del 1776 che invocarono il Creatore per liberarsi, allora e per sempre, di chi pretendeva di governarli in nome del Creatore e affermarono la sovranità del popolo perché così aveva voluto il Creatore: forse l’argomentazione politica più geniale e più feconda che sia stata avanzata nella storia dell’umanità Ricordo tutto ciò perché la vicenda sembra riproporsi con l’Islam e sembra insegnare ad avere fede, nonostante tutto, nella vittoria finale dello stato laico come unica forma possibile di civile convivenza tra genti di diversa religione. Ma con l’Islam il problema è più difficile. Nel caso del cattolicesimo, infatti, le fonti giocavano a favore dello stato laico. Cristo non aveva detto nulla a favore del potere temporale della Chiesa e semmai, con il famoso «a ciascuno il suo», aveva predicato il contrario; e di ciò si accorsero molti cattolici quando cominciarono, con un po’ di spirito protestante, a lasciare il catechismo e a leggere direttamente il Vangelo.

Il Corano, invece, non parla solo al cuore dell’individuo, come nel caso del messaggio cristiano, ma detta regole e istituzioni sociali. Non basta quindi andare alle fonti, bisogna che il mondo islamico elabori interpretazioni delle fonti che accolgano una prospettiva evolutiva delle regole, fino a conciliarle con i postulati della democrazia liberale (e in particolare, tanto per non ignorare i problemi, con l’irrinunciabile postulato della parità tra uomo e donna). Ecco perché si prospetta un percorso lungo e dall’esito comunque incerto. Ma non si vede alternativa. Occorre perciò essere pazienti e avere il coraggio di cambiare molte nostre abitudini e di avviare rapporti di tolleranza anche senza aspettare la reciprocità, come nel caso dei luoghi di culto. Importante è non cedere sui principi dello stato laico e liberale: quei principi che rappresentano la splendida eredità del 1776, di cui vogliamo essere i custodi e i continuatori.

L"autore è Professore Ordinario di Scienza delle Finanze Facoltà di Giurisprudenza Dipartimento di Scienze Economiche Università di Padova

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