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Anche i sunniti hanno partecipato al voto

L’Iraq verso la democrazia

Il successo del referendum è l’ultima sconfitta di chi si oppone a questo cammino

di Davide Giacalone - 18 ottobre 2005

Quando le truppe della coalition of the willing marciavano verso l’abbattimento di Saddam Hussein e della sua dittatura, secondo i commenti di quanti non sopiscono mai la propria avversità al patrimonio politico e ideale degli Stati Uniti, si sarebbero dovute “impantanare nel deserto”. Le cose sono andate diversamente e l’Iraq è stato liberato.

Immediatamente ha preso corpo l’infamia lessicale più esecrabile, indicando nei tagliagole assassini i “resistenti”. I nostri telegiornali si sono riempiti di giornalisti, in veste e posa similcoloniale e sofficemente sciarpata, che raccontavano una realtà del tutto immaginaria, occultando quella che, invece, ha poi preso corpo. Secondo costoro non si sarebbero potute tenere libere e democratiche elezioni. Si sono tenute, invece, avendovi partecipato una grande massa di iracheni che resistevano ai terroristi non meno che al luogocomunismo degli inviati farlocchi. E’ nato il primo Parlamento liberamente eletto, ed a quel punto si è detto che non sarebbe mai riuscito a stendere un testo costituzionale, che la rottura con i sunniti era irrimediabile e foriera d’ogni disastro, che la legge islamica si sarebbe impadronita dell’Iraq.

La Costituzione è stata preparata, al referendum confermativo i sunniti hanno partecipato, sebbene opponendosi a quel testo, ed il Corano è indicato come una delle fonti, non come la fonte del diritto.

Con il che non sostengo che in Iraq va tutto bene, né nascondo l’ovvia evidenza, ovvero che un Paese lungamente represso dalla dittatura fatica a trovare un proprio equilibrio, anche perché alcune potenze dell’area lavorano in direzione opposta. Ma non nascondo nemmeno l’altra faccia della medaglia: milioni di civili che desiderano la pace e la libertà, che votano (ed è la seconda volta in pochi mesi) sfidando l’ira dei macellai, un popolo che può guardare al futuro con maggiore serenità e più speranze che nel passato.

Di tutto questo il merito va alle truppe dei liberatori, ai nostri militari che, pagando un alto tributo di sangue, aiutano ed insegnano al nuovo Iraq a difendersi dai nemici interni. Di questo il merito non va a quanti hanno scommesso, fin dall’inizio, per ragioni d’egoismo politico e cretineria ideologica, sulla vittoria di dittatori e carnefici.

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