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Public Policy

Bene i sì alla manifestazione pro-Israele

L’Iraq è una cosa seria

Berlusconi ha solo confermato ciò che ha sempre sostenuto. Ma la guerra andava fatta

di Davide Giacalone - 31 ottobre 2005

L’Italia non ha mai fatto la guerra in Iraq, che fu decisa e condotta da statunitensi, inglesi e spagnoli. Questi ultimi, dopo l’attentato di Madrid e la vittoria di Zapatero, abbandonarono il fronte. L’Italia ha preso parte, con proprie forze militari, alla fase successiva: caduto Saddam si doveva evitare la guerra civile e favorire una stabilizzazione democratica del Paese.

Gran parte dell’opposizione, nel corso dei dibattiti parlamentari e poi dopo nelle pubbliche manifestazioni, chiedeva due cose: la condanna della guerra, perché avviata senza la copertura dell’Onu, e il rifiuto d’inviare le nostre truppe, questa volta su mandato dell’Onu. Fin qui i fatti. La mia opinione è che la decisione di avviare la guerra a Saddam sia stata saggia (quella nel Kossovo la facemmo, quella sì, governante la sinistra e senza mandato Onu, e fu una giusta scelta), mentre si è dimostrata meno matura la gestione del momento immediatamente successivo alla vittoria militare. Credo che condannare quella guerra sarebbe stato un grandissimo errore, sia di posizionamento politico che di lealtà verso gli alleati. All’interno dell’Unione Europea mi piace assai più l’Italia che si trova al fianco di Blair che non quella che marcia con Chirac e Schroeder, e non solo per ragioni di politica interna europea, bensì anche per una superiore visione degli interessi europei nello scenario mondiale.

In quanto alle nostre truppe in Iraq, quando Fassino riconobbe che gli iracheni con cui solidarizzare non erano i terroristi che ammazzavano i soldati della coalizione, ed i nostri soldati, ma i cittadini che erano andati a votare, in quello stesso momento riconosceva che avevamo fatto un buon e giusto lavoro.

Prima di giungere da Bush il nostro Presidente del Consiglio ha voluto ricordare che il governo italiano era contrario alla guerra. Non c’è nessuna novità, in questa posizione, perché si trova verbalizzata nei lavori parlamentari. Il fatto che abbia voluto ripeterlo prima di incontrare Bush dimostra solo che il governo giudica vicino alla fine il lavoro dei nostri militari e si prepara ad un ritiro concordato.

La politica estera è una cosa seria, e poco si presta ai giuochetti propagandistici. Sabato avevo criticato, con ruvidezza, l’assenza di attenzione politica circa quello che accadeva in Iran, ma nel fine settimana sono fioccate, e da tutte le parti, le adesioni alla manifestazione del prossimo 3 novembre, quando si protesterà davanti all’ambasciata iraniana per le affermazioni ripugnanti ed inaccettabili su Israele. Bene, questo è un fatto positivo.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario