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L’intervista del giugno scorso a Roberto Toscano

L’Iran sarà un Paese normale

Per l’ambasciatore a Teheran la società vuole riforme e scalzerà un regime contraddittorio

di Alessandro D'Amato e Antonio Picasso - 03 novembre 2005

Una sera di qualche anno fa, l’ambasciatore italiano in Iran, Roberto Toscano, è stato invitato a un ricevimento a Teheran, dato da un rappresentante dell’alta borghesia locale. “A un certo punto – ricorda il diplomatico in un’intervista rilasciata all’inizio di giugno 2005 – nel bel mezzo della festa, la figlia dodicenne del padrone di casa mette un disco di musica pop e si butta nel mezzo della sala a ballare la break-dance. E il padre mi dice: «Welcome to the Islamic Republic of Iran»”.

Con questo aneddoto, mesi fa, Toscano smentiva i luoghi comuni che dipingono l’Iran come un Stato-canaglia, pieno di fanatici ed estremisti islamici. Oggi invece, viene invitato (leggi convocato) a palazzo per ben altri motivi. Tra l’Italia e l’Iran è in corso un incidente diplomatico e il nostro ambasciatore sta cercando di correre ai ripari. Ciononostante, non è sfumata la convinzione del diplomatico di fare di quello iraniano un popolo “normale”.

Dalla sua elezione alla presidenza del Paese, l’invettiva contro l’esistenza di Israele è la prima bordata che Mahmoud Ahmadinejad lancia all’Occidente. “Un Iran islamico, uno Stato modello”, aveva detto Ahmadinejad una volta assunto l’incarico. Parole ambigue, che avevano messo sul chi vive le capitali europee. E che avevano dato adito ai dubbi occidentali sull’arretratezza politica, sull’integralismo religioso e l’oscurantismo culturale in cui verteva – e verterebbe oggi – la società iraniana.

Un cliché smontato dall’ambasciatore Toscano. Il quale, vivendo laggiù e mantenendo un controllo costante della situazione, ha raccontato spesso di “un’élite critica nei confronti del fondamentalismo, non molto preoccupata delle minacce di attacco Usa, ma soprattutto insoddisfatta delle riforme non fatte dall’allora presidente Mohammad Khatami”. Un quadro in chiaroscuro, allora, quello tratteggiato dal diplomatico. Perché il ceto medio iraniano non nega, anzi, ricorda positivamente la rivoluzione khomeinista. “In quanto evento di unificazione del Paese contro un regime, quello dello Scià, odiato da tutti”. Tuttavia il 1979 è lontano. E il Paese ha bisogno di entrare nel Terzo millennio.

L’élite moderata percepisce la necessità di rompere l’isolamento politico in cui si trova la nazione rispetto al Medio Oriente. “Ma più che cercare alleati – dice Toscano – Teheran vuole essere riconosciuta come paese normale”. E l’Iran vanta già un potente alleato, la Russia. Mosca, infatti, non nasconde di essere partner attivo del programma nucleare in fieri a Teheran. E l’accordo sull’uranio impoverito – utilizzabile per ricerche nucleari in campo civile ed energetico – recentemente siglato ne è una prova. “Questo di sicuro influenzerà le scelte della Russia nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, se e quando gli Usa decideranno di proporre sanzioni nei confronti del Paese”, commenta Toscano.

Ma, oltre ai crucci di materia internazionale, è sulla politica interna e sulle riforme che il ceto medio iraniano si trova in totale disaccordo con il governo. “Anche con quello di Khatami. Perché l’ex presidente non aveva mantenuto le promesse di riforme”.

Tuttavia, sono le strade da percorrere per lo sviluppo del Paese che fanno la differenza. “Direi che la situazione oggi è molto fluida”. Dice ancora Toscano. “La società iraniana si trova a un bivio tra due possibili strade. Oggi il parlamento è in mano ai conservatori, proprio perché molti candidati riformisti sono stati esclusi dalle elezioni. Nel loro interno, i conservatori si dividono non tanto sull’Islam, quanto sull’economia. Per tradurlo con le nostre categorie di pensiero: i khomeinisti sono statalisti, i ‘cinici’ (quelli che pensano soprattutto a cercare un modello efficiente di economia), sono liberisti. Senza, ovviamente, essere liberali. Da parte loro si vorrebbe imitare il modello cinese in economia, trovare un accordo con gli americani in politica estera e continuare in politica interna a osteggiare la democrazia. Le élite conservatrici stanno seriamente pensando di seguire queste tre strade”.

Una soluzione di compromesso, che potrebbe accontentare tutti e nessuno. Perché la società iraniana è già, come quella cinese, spartita in super-ricchi e super-poveri. “Khomeini, nei primi tempi della rivoluzione – ricorda Toscano – ripeteva che la povertà sarebbe scomparsa perché l’Iran era un paese ricco grazie al petrolio. Così non è avvenuto”. Il poco petrolio non ha soddisfatto le tante esigenze di sviluppo del Paese, mentre il divario economico interno è rimasto. Anzi, si è dilatato. La gente comune percepisce, allora, che il messaggio rivoluzionario di Khomeini è stato tradito, e diffida ormai da molto tempo dei fondamentalisti. Ma soprattutto si comincia a diffondere il pensiero che stare con i cinici sia molto meglio che stare con i fanatici. Ed è su queste contraddizioni che poggia la certezza di Toscano che l’Iran potrà uscire dal suo Medio Evo. La debolezza economica non potrà convivere a lungo con l’integralismo religioso e quest’ultimo non potrà esaudire i desideri di normalità della borghesia iraniana, unico potenziale motore di cambiamento.

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