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Affossata ancora una volta la riforma degli ordini

L’invincibile lobby dei professionisti

Grazie a 1800 uffici sul territorio ha potuto eleggere 285 parlamentari iscritti agli albi

di Antonio Galdo - 11 maggio 2005

Nel silenzio generale il governo ha cancellato dal decreto sulla competitività la sua pur timidissima riforma delle attività professionali. C’era da aspettarselo. La potente lobby degli ordini, che sulla carta vale 3 milioni di voti e un fatturato di parcelle pari al 3,3 per cento del prodotto interno lordo (al quale bisogna aggiungere il sommerso) è riuscita con il fuoco incrociato delle minacce elettorali a impedire un allargamento della concorrenza. Dal mercato restano così esclusi tutti i professionisti non riconosciuti dagli albi e, cosa ancora più grave, non si toccano le riserve e le barriere all’accesso. Il conto di questo sciagurato protezionismo lo pagano i cittadini e le imprese ogni volta che devono ricorrere alla consulenza, in alcuni casi obbligatoria per legge, dei professionisti blindati nei loro fortini medievali. A corollario della beffa bisogna aggiungere le ennesime grida di dolore manzoniane che sono arrivate, proprio in questi giorni, dal nuovo presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, e dall’Unione europea. Due fonti indipendenti che invocano ormai da anni “un profondo cambiamento del sistema”.

La lobby dei professionisti è una delle più attrezzate, anche grazie a una rete di 1.800 uffici sparsi nel territorio: cellule pronte a scendere in campo nelle consultazioni elettorali come dimostra la cifra record di 285 tra deputati e senatori professionisti iscritti agli albi e presenti nel nostro Parlamento. Gli stessi parlamentari che eliminano la riforma approvano, con voto bipartisan, l’introduzione di nuovi ordini: qualche settimana fa ne sono stati inventati altre sei, nel solo campo sanitario, con proposte di legge firmate dai rappresentanti della Lega e dei Ds. E se si riesce, dopo vent’anni, a semplificare il quadro accorpando, per esempio, i commercialisti con i ragionieri, immediatamente si paga il pegno di nuove riserve indiane. La nuova figura dell’esperto contabile si è assicurata l’esclusiva per la certificazione e la cancellazione on line delle società.

Un colpo che vale milioni di euro. L’aspetto più singolare della battaglia sulle professioni, dal punto di vista politico, è che il governo del centrodestra ha fatto, simmetricamente, lo stesso percorso di quello del centrosinistra. Appena insediato ha promesso e annunciato la riforma.”Cambierò un sistema che non è compatibile con gli interessi dei cittadini” disse, nel 1997, il ministro ulivista Giovanni Maria Flick. “Con me si aprirà il mercato delle professioni” giurò quattro anni dopo il polista Roberto Castelli. Poi entrambi, come due compagni di sventura, si sono piegati alla logica dei veti incrociati, delle minacce della lobby. E sono arrivate le commissioni, i tavoli tecnici, gli incontri con le delegazioni: il rito che precede l’archiviazione di una legge.

Ci sono tre piccoli lezioni da trarre da una vicenda così sconcertante e, per certi aspetti, incredibile nella sua singolarità. Primo: in Italia i riformisti, quando si passa dai convegni alla prova sul campo del Parlamento, si squagliano. Di fatto non esistono. Secondo: i cambiamenti non sono facili in un Paese così protetto dalla rete delle corporazioni, dove tutti si sentono rappresentati e garantiti. Terzo: la politica è ancora troppo debole per cambiare l’Italia. E purtroppo perde sempre le battaglie che contano. (pubblicato su “Il Mattino” del 9 maggio 2005)

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario