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Uno Stato laico difende tutti i culti

L’inutile battaglia sul concordato

L’abrogazione è chiesta da una minoranza. Ma i nodi sono otto per mille e Chiesa in politica

di Davide Giacalone - 16 novembre 2005

Camillo Ruini, cardinale e presidente della Conferenza Episcopale Italiana, non si fa pregare e difende con decisione e risolutezza il concordato. Ma da chi lo difende? Il tema della revisione è stato posto da forze assolutamente minoritarie. Lo hanno fatto i radicali, che lo fanno da sempre, si sono uniti i socialisti di Boselli, con i quali i radicali stessi hanno in corso un tentativo di alleanza. Contro l’ipotesi della revisione c’è il resto del mondo, da Rutelli a Fassino e Prodi, così come da Berlusconi a Fini e Casini. Ruini, pertanto, combatte una battaglia già vinta in partenza. Il che toglie non poca eroicità alla tenzone.

Uno Stato laico non sente alcun bisogno di firmare concordati, è già, per definizione, la casa di tutti e tutti tutela. Di tutti difende la libertà di culto, ove il rito, naturalmente, non si trasformi in attacco ai diritti di altri (non solo sono proibiti i sacrifici umani, ma anche la sottomissione delle femmine e la loro segregazione non è vista di buon occhio). Il vecchio concordato, quello che fu inserito nella Costituzione grazie al voto convergente dei cattolici e dei comunisti, recava la firma di Mussolini, e conteneva una dose abbondante di insensatezze ed anacronismi. Erano talmente evidenti che Arturo Carlo Jemolo proponeva di lasciar cadere le “foglie morte” del concordato, senza avvertire il bisogno che fosse riformato. Aveva più di una ragione. Fu, invece, il governo presieduto da Bettino Craxi a volerlo aggiornare, ed il nuovo testo è imparagonabilmente migliore del vecchio. Contiene meno “foglie morte” e questo può essere un pregio ed un difetto, dipende dal punto di vista.

Il tema di un’ulteriore riforma, oggi, non esiste. Guardiamo alla sostanza politica delle cose, mettendo a fuoco due temi. Il primo è quello dell’otto per mille. Ciascun contribuente, firmando la dichiarazione dei redditi, può destinare l’otto per mille alla confessione religiosa che preferisce. Trovo che sia giusto. Ma a quelle confessioni, ed in maniera largamente prevalente a quella cattolica, finiscono anche i soldi di chi non indica un bel nulla, anche di chi è contrario. E questo lo trovo ingiusto. Si cambi sistema, si stabilisca che l’otto per mille può essere destinato non solo al culto, ma anche ad altri scopi, e ciascuno decida non più scegliendo solo fra chiese, ma fra diversi impieghi.

Poi c’è un tema più generalmente politico, e civile. Capita che, quando un prelato parla intervenendo su questioni politiche o d’attualità, taluno cerchi di metterlo a tacere, invocando la non ingerenza negli affari italiani. Sbaglia. Non credo che nessuno ci guadagni a togliere la parola a qualcun altro. Credo, al contrario, che il contributo ideale che dalla chiesa può giungere, su non poche questioni e fra queste anche l’aborto e la procreazione, sia importante. Fermo, naturalmente, il diritto di altri di dissentire. Anzi, per essere precisi, a dissentire, fin qui, è la maggioranza degli italiani.

Forse è questa la ragione profonda dell’agitarsi delle gerarchie, consapevoli che il peso politico, inteso come capacità di indirizzare la pubblica opinione, della chiesa cattolica è enormemente scemato. Forse è questa la ragione per la quale si accetta il confronto referendario, ma schierandosi per la comoda e pusilla astensione, forse è questa la ragione per la quale si preferisce far credere che siano forti le in verità deboli minoranze anticoncordatarie.

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