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Quale Terza Repubblica?

L’intervista a Enrico Cisnetto

Presidente di Società Aperta

19 dicembre 2007

Presidente, ci può commentare l’iniziativa di Società Aperta del 13 dicembre scorso, l’incontro aperto al pubblico “Quale Terza Repubblica? Giudica soddisfacenti i risultati?

Certo, la risposta è stata assolutamente straordinaria: è stata la più grande manifestazione che Società Aperta abbia mai organizzato. Grande attenzione, presenza di pubblico, seguito di media, la presenza stessa dei sette esponenti politici al tavolo è stata la conferma che avevamo visto giusto sia sui temi che sui tempi dell’iniziativa. Naturalmente, sarebbe sciocco da parte nostra se ci fermassimo lì e non considerassimo anche le conseguenze politiche, che sono del tutto più complesse e vanno analizzate. I risultati che abbiamo portato a casa sono ancora parziali, perché quella nebulosa che per adesso è formata da soggetti che si oppongono all’incontro consociativo tra Berlusconi e Veltroni è e rimane una nebulosa che non ha sciolto le sue differenze, sia per quanto riguarda le scelte sulla legge elettorale sia quelle politiche, ovvero di quale sistema politico vogliono queste forze. C’è però un punto di vantaggio: il fatto è che si è trovata l’intesa su una questione di metodo, ovvero che quel tavolo deve continuare ad esistere. E noi prenderemo delle iniziative, stavolta non pubbliche, affinché questo avvenga, di modo che sulla legge elettorale e sull’Assemblea costituente – idea intorno alla quale c’è stata un’ottima adesione – si possa fare un’iniziativa comune.

Questa iniziativa è stata bollata come il fronte dei partitini che vogliono opporsi alla semplificazione. Quale è la risposta di Società Aperta?

Questa è un’accusa che respingiamo. Che ci siano dei partiti minori che hanno la preoccupazione di mantenere lo status quo perché in questo hanno trovato la modalità per vivere, è vero. Anche se devo dire che una parte consistente di questi partiti si è apprestata a rispondere positivamente all’Opa lanciata dal nuovo partito di Berlusconi, sbagliando. Ma l’iniziativa nostra non aveva intenzione di opporsi alla semplificazione. Che sia un bene che stia finendo la Seconda Repubblica fatta da coalizioni coatte, è poco ma sicuro. Anzi, siamo partiti proprio da questo assunto, che abbiamo salutato con grande piacere. Ma questo non ci esime dall’essere attentamente critici a ciò che viene dopo. Non è che siccome è giusto voltare pagina, automaticamente sia necessario anche sorbirci quello che viene scritto nella pagina successiva. Che, francamente non ci piace.

Berlusconi ha detto che il partito che va a creare è il più democratico che esista perché la sua costruzione viene dal basso. E quindi non è un partito populista, come invece Società Aperta ha denunciato.

Noi abbiamo detto che una delle preoccupazioni che abbiamo è che questo bipartitismo strisciante riguarda due partiti che hanno in comune il fatto di essere non-partiti, ovvero di essere nati senza un processo democratico. Nei termini in cui parla Berlusconi, sembra finalmente un riavvicinamento della politica alla gente. Io ci andrei cauto, ho un altro concetto della democrazia. Ovvero quello della rappresentatività, in cui la gente va a votare, esprime la sua preferenza e il suo indirizzo. Poi sta alla politica day by day mettere in campo le sue capacità di governo. La gente ha voglia di essere governata, di dire la sua nei modi e nei tempi giusti. Anche per fare le primarie ci vogliono delle regole consolidate e ben scritte, non serve annunciare alcuni milioni di votanti senza che nessuno possa controllare. Questo appartiene ad un altro tipo di schema rispetto a quello della democrazia regolata. Io sono preoccupato quando c’è questo cavalcare lo spirito dell’antipolitica e questa creazione di leader che scelgono la piazza per farsi legittimare. Noi abbiamo bisogno di statisti, non di gente che cavalca la piazza, per quello c’è già Beppe Grillo.

Dalle colonne del Corriere, Angelo Panebianco ha fatto una critica sul metodo, ovvero: Berlusconi e Veltroni hanno cominciato un dialogo, chi non ne fa parte vuole solo rompere.

E’ singolare che sia Panebianco a fare questa osservazione. Visto che proprio lui aveva criticato chi come noi di Società Aperta diceva che dovevamo superare la Seconda Repubblica perché era indigeribile il bipolarismo armato e lo scontro continuo, dicendoci che quelli erano prezzi che si dovevano pagare per avere l’alternanza. Ora, perché i soggetti protagonisti di quella stagione politica (che io criticavo e Panebianco no), dovrebbero essere accreditati di credibilità quando passano al comportamento opposto? E perché quell’incontro non è consociativo come quello che a noi veniva rinfacciato quando dicevamo che bisognava riarticolare il sistema politico e Panebianco ci diceva che eravamo nostalgici della Prima Repubblica? Allora, com’è? Quando criticavamo la Seconda Repubblica eravamo nostalgici, e adesso che critichiamo la Terza siamo nostalgici della Seconda? Francamente c’è qualcosa che non funziona in questo ragionamento.

Il percorso politico di Fini in risposta alle mosse di Berlusconi è confuso. Un giorno si dice disposto a mettere insieme le anime “bianco-celesti”, un altro che sarebbe d’accordo con la proposta di Adornato, ovvero nel riunire le anime che stanno nel centrodestra. Quale è la sua strategia?

Fini è vittima della precarietà della proposta berlusconiana della svolta. Perché nessuno pensa che quella svolta sia stata sincera e autentica, e che abbia grandi possibilità di andare fino in fondo per i problemi che Veltroni ha dentro il PD. Questo fa pensare che alla fine si ricompatterà il tutto, ma questo avverrebbe secondo il vecchio schema classico, ovvero di fare il vecchio centrodestra e il vecchio centrosinistra così come sono. Per fare questo, Fini sceglie la strada del dire: io faccio un accordo con Udc e Lega, e arriva a dire che si potrebbe concedere uno statuto speciale al Veneto e alla Lombardia (il che, a questo punto, non si capisce perché si dovrebbe considerare speciale visto che diventerebbero speciali le regioni che non hanno statuto). Si rovescia il concetto. Francamente, su questo punto io Fini non lo seguo. Perché penso che la Lega sia stata portatrice di un federalismo – preferisco chiamarlo localismo esasperato – pernicioso in questi anni, e penso che uno degli obiettivi del sistema politico di cui parlo sia indurre la Lega a stare fuori dal gioco politico, di essere rappresentante di una minoranza etnica. Fini deve fare una scelta, e non può essere una scelta tattica, del raccattare tutto pur di raggiungere l’obiettivo. E’ la stessa obiezione che ho fatto al mio amico Tabacci quando ha aperto il dialogo con Di Pietro: io francamente sulla giustizia divido garantisti da giustizialisti, e questa è una linea di demarcazione invarcabile: Di Pietro rimane un giustizialista e non vedo come si possa fare un’alleanza con lui, così come non vedo come si possa fare con la Lega. Le oscillazioni di Fini sono figlie di queste grandi contraddizioni: siamo in una fase molto complessa, dove rischiamo o di tornare al bipolarismo coatto, o di finire nel bipartitismo coatto. Francamente, non so cosa sia peggio.

E la strategia di Veltroni come la commenta?

Veltroni dice che non è vero che c’è un inciucio e il patto della frittata, e che lui propone un dialogo sano e un bipolarismo maturo. Sì, a parole afferma questo, ma conosciamo le sue abitudini: il suo “ma anche” tiene insieme tutto e il contrario di tutto. Ho appena finito di leggere che Veltroni dice che la miglior soluzione tra Air One e Air France sia quella di metterle insieme. Così si finisce per non sbagliare mai, mettendo insieme tutto e il contrario di tutto. Che non sia un’ipotesi consociativa è tutto da dimostrare, vista la natura dei protagonisti, la mancanza di dibattito, l’assenza di autocritica sul passato, i soggetti che sono partiti non-partiti: tutto fa pensare che sia un accordo di potere e non un accordo politico, anche perché di discussioni sullo stato del Paese e su cosa bisogna fare per risollevarne le sorti non ce ne sono state. Che poi Veltroni abbia, rispetto a Berlusconi, una maggiore consuetudine alla politica e l’abilità di presentarci la sua frittata con un profumo invitante, questo glielo riconosco come pregio, ma rimane pur sempre una frittata. Come è una frittata il fatto che lui ci dica “io vorrei che alle elezioni ognuno si presentasse per conto suo: Partito Democratico, Forza Italia, An, la Cosa Rossa dall’altra parte”. Questo infatti è lo schema che piace a Berlusconi: quello in cui ci sono due partiti legittimati a governare: il suo e quello di Berlusconi - che peraltro si mettono d’accordo in una logica spartitoria - e due partiti che giustificano il fatto che non c’è un bipartitismo secco, che però sono di fatto, per eventuali loro colpe politiche ed ideologiche ma anche per lo schema che si va a pensare, fuori dalla partita del governo, ovvero la Cosa Rossa e An. Io spero che An non cada nel tranello e che si metta al centro del sistema politico per evitare di ritornare ad essere quello che era il Movimento Sociale nella Prima Repubblica. Ovvero un partito che, al di là dei voti che aveva, non serviva perché quei voti erano in frigorifero. Così come non servirebbero quelli della costituenda Cosa Rossa perché sarebbero congelati dall’altra parte. Ecco, se lo schema veltroniano è questo, due partiti che si giocano il governo e due che stanno fuori, è un passo avanti perché chi sta fuori – in particolare la Cosa Rossa – è bene che stia fuori, così come An – se decide di essere una Cosa Nera – è bene che anche lei stia fuori dal gioco, ma che poi la partita del governo la giochino solo quei due soggetti, lì credo che non sia opportuno.
L’iniziativa di Società Aperta non era volta ad impedire questo processo di semplificazione – perché è positivo – ma proprio per come avviene e per dove si arriverebbe, penso che almeno un altro soggetto in mezzo, che eviti che la porta si chiuda e che ci sia un compattamento consociativo di interessi, che abbia insomma la funzione di cuscinetto tra i due partiti maggiori – che si chiami Cosa Bianca o di altro colore poco importa – insomma, un partito di centro risultato di una federazione di forze, che abbia la funzione di mettere un piede in mezzo alla porta, credo che sia assolutamente necessario.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario