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La profezia dell’oro nero rischia di avverarsi

L’insostenibile prezzo del greggio

Attenti, non è solo la speculazione la “peste del XXI secolo”. Il problema è strutturale

di Enrico Cisnetto - 07 luglio 2008

Il petrolio è a un passo dai 150 dollari al barile, soglia psicologica (ma sarebbe il caso di dire patologica)che gli esperti stimano supererà già nella settima che si apre domani. Nel gennaio-febbraio del 1999 e poi ancora nell’ottobre del 2001 il prezzo del greggio era sotto i 20 dollari – con l’euro che valeva 1,16675 al suo esordio all’inizio del ’99 e che poi era sceso a 0,90 nell’ultima parte del 2001 – quindi nei cinque anni successivi era arrivato a sfiorare gli 80 dollari (metà 2006) per poi ridiscendere intorno ai 50 dollari nel dicembre 2006, punto dal quale è rimbalzato per toccare e superare i 100 dollari a fine 2007 e arrivare agli attuali 146 dollari. Nell’ultimo anno e mezzo il costo del barile è triplicato, impatto solo marginalmente attutito dalla svalutazione del dollaro sull’euro, che negli ultimi 18 mesi è stata del 20%. Non solo. Le previsioni a un anno di chi opera sui futures sono di un greggio a 190 dollari, nulla se si dovessero prendere per buone – e non come strumento terroristico di comunicazione – le indicazioni dell’amministratore delegato del colosso energetico russo Gazprom, Alexei Miller, che annunciando per fine anno i 500 dollari per mille metri del suo gas, ha profetizzato che potrà arrivare anche a mille dollari se il petrolio dovesse toccare i 250 dollari al barile, di fatto indicando questo come il peak oil prossimo venturo.

Ora, di fronte ad uno scenario così, è pensabile che la responsabilità stia in capo solo alla grande speculazione, quella “peste del ventunesimo secolo” di cui si parla in queste ore? Difficile crederci. Più logico, invece, dedurre che la ragione sia strutturale, e più precisamente un clamoroso eccesso di domanda rispetto all’offerta. Infatti, all’aumento forte e costante della domanda di energia dei grandi paesi emergenti, soprattutto asiatici, non è corrisposto un proporzionale incremento di offerta di petrolio, perchè nel frattempo si è raggiunta la saturazione delle capacità estrattive visto che nessuno, né i paesi produttori – appagati da anni di vacche grasse – né quelli consumatori – così stolti, specie quelli europei, da aver smesso di considerare il petrolio un problema serio – ha più investito un centesimo per rinnovare e potenziare impianti che per dimensione e innovazione tecnologica da tempo hanno bisogno di urgenti restauri.

Certo, occorrono cifre astronomiche: appena qualche giorno fa, il governo indiano ha chiesto al World Petroleum Congress, l’assise internazionale del settore, di varare una campagna internazionale da 150 miliardi di dollari di investimenti, da spalmare sui prossimi 15 anni, con l’obiettivo di mantenere un giusto rapporto tra consumi e riserve.

Ma solo così – non fingendo che l’Opec, basta volerlo, sia in grado di far aumentare l’offerta – si può riportare in equilibrio la produzione e i consumi, e quindi avere un prezzo del greggio più ragionevole e soprattutto più stabile. Altrimenti la profezia che in un quinquennio da oggi si arriverà ad uno squilibrio pari a 10-12 milioni di barili al giorno – a fronte dell’attuale produzione di 90 milioni di barili – rischia drammaticamente di avverarsi. Questi sono i veri termini del problema. La speculazione, naturalmente, c’è, ma è un fenomeno fisiologico che incide in minima parte. Ed è bene che non diventi un alibi all’impotenza dell’occidente consumatore.

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