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Una questione politica da affrontare subito

L’innalzamento dell’età pensionabile

La riforma sta a cuore ai Volenterosi, mentre Governo e Parlamento non se ne occupano

di Antonio Gesualdi - 30 gennaio 2007

Strano Paese quello dove un gruppetto di Volenterosi si deve riunire in pompa magna per proporre una riforma semplice, semplice: alzare l’età pensionabile per una popolazione dove l’età media si alza ogni anno. E che ci sta a fare il Governo? E il Parlamento di che cosa si occupa? Strano, veramente.

L’età della pensione, è chiaro, è un’invenzione delle società organizzate e quindi opinabile, pertanto di interesse politico. Dipende, cioè, dai rapporti all’interno delle generazioni di una popolazione e dalla ricchezza di questa stessa popolazione oppure dal suo stato generale di salute. Questo spiega il perché, nei paesi europei, la differenza dell’età media alla pensione arriva anche a cinque anni e mezzo. Se confrontassimo tutti i paesi del Mondo questo divario crescerebbe di molto. Un uomo lussemburghese, mediamente, va in pensione cinque anni prima di un inglese e circa tre anni prima di un italiano. Ma qui viene il bello: un lussemburghese, all’inizio di questo secolo, aveva un pil pro-capite di 54.000 euro mentre un italiano ne aveva uno di 26.700. E per giunta gli italiani campano di più: mediamente gli uomini vivono due anni più a lungo di un lussemburghese e pure la mortalità infantile è di qualche decimo inferiore. La differenza tra un Paese con 500 mila abitanti e uno con 58 milioni è forzata, senza dubbio, ma ci è utile per intenderci sull’assunto che l’età pensionabile è una questione politica (possibilmente da non lasciar gestire agli economisti).

Dunque si decide quando e come andare in pensione in base a considerazioni di opportunità politica e non in base ad esigenze contabili. L’opportunità politica significa assicurare stabilità sociale, un certo grado di welfare e di distribuzione delle risorse anche a chi non può più essere produttivo, ma anche avanzare risorse per lo sviluppo, il risparmio e l’investimento. Se l’età della pensione deve dipendere dalla struttura della popolazione è evidente che gli italiani dovrebbero cominciare a prendere in seria considerazione l’aumento dell’età media pensionabile come “emergenza nazionale” e, magari, come gli svedesi prevedere posticipi anche fino a 70 anni. Una popolazione come la nostra, che in un decennio aumenta l’età media di oltre 3 anni, è destinata a dover affrontare una vera e propria crisi del sistema pensionistico. Si possono inventare piani di post-pensionamento, ma resta il fatto che la generazione italiana del baby-boom ha meno di vent’anni di tempo per trovare trattare una soluzione con le generazioni che la precedono e che la seguono. E’ un tempo stretto per quanto la rincorsa delle chiacchiere del quotidiano possa far sembrare il contrario. Dall’altra parte una popolazione può decidere l’età pensionabile in base alla propria ricchezza. Vivere di rendita si può anche da giovani. Ma anche qui i dati non confortano: la ricchezza delle famiglie italiane non sembra essere tale da permettere politiche di spreco: siamo uno dei paesi europei che cresce di meno. Infine siamo di fronte ad un paradosso: la parte più ricca del Paese, quella del Centro e del Nordovest, è anche quella che ha la maggiore percentuale di anziani tra la popolazione. E’ quella dove ha vinto il centro-sinistra ed è quella che è più politicamente legittimata (di fatto lo fa) ad esprimere la resistenza all’aumento dell’età pensionabile. Insomma il centro-sinistra pesca il proprio consenso in un bacino che, per ricchezza accumulata, potrebbe chiedere il congelamento della riforma delle pensioni. Dall’altra parte il Sud e le Isole hanno più interesse ad una riforma, lì vive anche la popolazione più giovane del nostro Paese, ed è anche la meno ricca. Ma il Meridione, oggi, non ha forte rappresentanza politica nazionale. Dunque il Sud, per percepire una pensione, si ammala. Così non appaiano strani i dati della Cgia di Mestre quando rivelano che nel 2005 la spesa complessiva (sia pubblica che privata) del nostro sistema previdenziale ha toccato i 214,881 miliardi di euro con impennate di spesa assistenziale (ovvero, pensioni e assegni sociali, pensioni agli invalidi civili, etc.). Rispetto all’anno 2000 la spesa complessiva in soli 5 anni è aumentata del 23,6%. Se si scompone per tipologia di prestazione si nota che la spesa per la Ivs (pensioni di vecchiaia, anzianità e invalidità) è cresciuta del 22,6%, quella per le pensioni indennitarie (rendite per infortuni sul lavoro e malattie professionali) è addirittura diminuita dello 0,04%, mentre la spesa per le pensioni assistenziali è “esplosa” del + 46,1%. Sempre in questo periodo l’inflazione ha registrato un incremento complessivo del 12,4%. Dove è aumentata la spesa di assistenza? Al Sud, naturalmente; Campania, Puglia e Calabria in testa. Dove sono gli anziani e si pagano più pensioni? Al Centro e a Nordovest, naturalmente; Liguria, Toscana e Piemonte in testa.

Ce ne vorrà veramente tanta, di volontà, per venirne a capo.

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