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Il carovita colpisce il povero più del ricco

L’inflazione “classista”

E’ lo sviluppo economico la chiave per la salvezza dei meno abbienti

di Enrico Cisnetto - 25 febbraio 2008

L’inflazione è classista. E’ bastato che l’Istat comunicasse i dati sugli incrementi dei prezzi per i prodotti ad alta frequenza d’acquisto – come alimentari, tabacchi e carburante – per far venire a galla un’amara realtà: il carovita colpisce il povero molto più del ricco. Infatti, è chiaro che quell’incremento del 4,8% sui beni di largo consumo certificato dall’istituto di statistiche come il peggiore degli ultimi 11 anni (contro il 2,9% di incremento generale), pur pesando sulle tasche di tutte gli italiani, a ben guardare va ad intaccare, in proporzione, molto di più il reddito delle persone e delle famiglie in condizioni disagiate, cioè quelle che hanno un totale di spesa basso, sul quale la parte dedicata ai consumi correnti – i più soggetti all’inflazione – ha giocoforza una percentuale più alta. E che, quindi, sono condannate a soffrire di più ogni tipo di aumenti, soprattutto quelli che riguardano beni oggetto di una domanda anelastica – ovvero che vengono acquistati comunque, anche se il prezzo aumenta – perché non dispongono di beni sostitutivi sul mercato.

A questo punto, quindi, se è vero che il paniere generale dell’Istat, soprattutto dopo il suo recente rinnovamento, non presenta sostanziali differenze rispetto a quello degli altri paesi europei, forse ha ragione chi – associazioni dei consumatori, sindacati – critica i “pesi” dati ad alcuni fra i beni che determinano il computo totale. Per esempio, perchè la voce “abitazione”, cui nel complesso si destina il 30% della spesa mensile, pesa nel paniere per solo il 9,3%? Se non altro, ritarare il paniere avrebbe il non secondario effetto di indicare un dato il più somigliante possibile a quello percepito dai consumatori. Detto questo, una cosa deve essere chiara: non servono né numeri verdi per denunciare i commercianti “esosi”, né authority di controllo – o suoi surrogati, come “mister prezzi” – anche perché non hanno alcun potere sanzionatorio. E non servono i regimi di prezzi amministrati che ogni tanto vengono evocati dalla sinistra massimalista: il socialismo reale è morto – bisognerà prima o poi farsene una ragione – soprattutto perché le leggi della domanda e dell’offerta sono chiarissime nel dire che al di sotto di un determinato livello di guadagno non è conveniente produrre.

Così come non serve, anzi è deleterio, agganciare tout court gli stipendi all’inflazione, perché questo ci riporterebbe indietro di trent’anni alla terribile spirale prezzi-salari dei tempi della scala mobile. Come pure va detto con chiarezza che tutte quelle misure volte ad accorciare la catena tra produttore e consumatore, sì servono, ma la loro efficacia nel breve periodo è assolutamente relativa. In realtà, la vera causa del carovita rimane la bassa crescita. E la vera risposta è lo sviluppo.

Se ci sono famiglie che non arrivano alla fine del mese –Bankitalia sostiene che 8,89 milioni di persone, il 15,8% degli italiani, per due terzi collocate nel Mezzogiorno, hanno un livello di spesa sotto la soglia di povertà – la colpa risiede sia nel reddito insufficiente, visto che quello dei lavoratori dipendenti è rimasto pressoché fermo da sette anni, sia nell’immobilità sociale, visto che la quota di individui che vive in famiglie a basso reddito risulta costante dal 2000 al 13,2%.

E’ quindi giusto porre la questione di un aumento significativo di salari e stipendi, ma se non vogliamo che essa vada a ulteriore detrimento di una produttività già bassa dobbiamo dirci che il nodo vero è il ritorno ad una crescita non inferiore al 3%. E’ lo sviluppo economico la chiave per la salvezza dei meno abbienti. Tutte le altre misure, per il loro carattere prettamente “difensivo”, servono soltanto ad arroccarsi a protezione di un benessere che non esiste più. O, peggio, a fare una cattiva campagna elettorale.

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