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Sanità: le scelte demagogiche del governo

L’industria del farmaco è trascurata

È un errore razionalizzare la spesa sanitaria pubblica partendo dalla farmaceutica

di Enrico Cisnetto - 08 gennaio 2007

Questa è la storia di come un governo, facendo scelte demagogiche in nome del presunto interesse dei consumatori, possa affossare un settore industriale strategico. Mi riferisco alla farmaceutica e alla Finanziaria da poco varata. L’industria italiana del farmaco, pur avendo perso molte occasioni nel passato – negli ultimi 40 anni ben 23 aziende, fra cui tre che avevano brevetti di importanza mondiale, sono finite in mani straniere – nel quinquennio 2001-2005 era riuscita a diventare più solida e a maturare qualche insperata ambizione. La dozzina di aziende più grandi avevano accresciuto il fatturato del 34% e gli addetti del 21%, cogliendo per tempo la sfida dell’internazionalizzazione e dell’innovazione, tanto da contare 76 insediamenti in Italia e 197 all’estero, e da essere titolari di 181 progetti di ricerca (nei quali impegnano 6400 dei 74mila addetti complessivi). Così che 35 farmaci italiani, di cui 28 biotech, sono in fase avviata di sperimentazione, mentre ammontano a 52 i progetti strategici nel settore della salute, dai tumori alle malattie degenerative fino al biomedicale.
Negli ultimi 5 anni in Italia sono state avviate più di 3000 sperimentazioni cliniche, di cui il 50% è arrivato alla fase III, quella immediatamente precedente alla commercializzazione del farmaco, soprattutto in oncologia, neurologia e urologia. In più, nel settore operano molte medie imprese, in massima parte ubicate in Lombardia, Lazio e Veneto, oggi contrattiste per le multinazionali ma pronte a fare il “grande salto” per sfuggire al nanismo.
Numeri del genere dovrebbero fare del farmaceutico un settore su cui puntare, anche perché trattasi di comparto ‘anticiclico’, la cui crescita non dipende se non in minima parte dalla congiuntura economica. E invece no. Per razionalizzare la spesa sanitaria uscita fuori controllo dopo la delega alle regioni – come giustamente si doveva fare – il governo ha reso strutturali i tagli dei prezzi delle medicine effettuati dall’Agenzia del Farmaco: in questo modo ha dimezzato la spesa farmaceutica, nonostante questa rappresenti solo il 13% (appena +1,7% negli ultimi cinque anni) del totale di quella sanitaria (il 60% della quale è composta da spesa per il personale), che invece è aumentata del 31% nel suo insieme. In totale, un taglio di due miliardi di euro, e questo nonostante i prezzi dei farmaci italiani fossero già più bassi del 20% rispetto al resto d’Europa e la spesa farmaceutica pubblica pro capite sia inferiore del 57% rispetto a quella francese, del 41% della tedesca e dell’11% della spagnola. Non stupisce, dunque, che Farmindustria abbia annunciato una riduzione degli investimenti di analoga misura e 10 mila posti di lavoro in meno. E che un imprenditore notoriamente di centro-sinistra come Claudio Cavazza, presidente di Sigma Tau, sia provocatoriamente arrivato a chiedere al governo di nazionalizzare la sua azienda, dissanguata da un prelievo fiscale arrivato al 75%.
Che la sanità italiana sia in gravissima difficoltà, è un fatto. Ma pensare di razionalizzarla partendo dalla spesa farmaceutica è più di un errore: è un delitto perpetrato nei confronti di un settore decisivo per far stare sul mercato mondiale il capitalismo nostrano. Altro che “patto per la produttività”, in tema di politica industriale siamo all’età della pietra. Tanti auguri a Bersani, ne ha davvero bisogno.

Pubblicato sul Messaggero del 7 gennaio 2007

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