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Non ci serve un governo che tiri a campare

L’indignazione post-elettorale

Con l’ingovernabilità alle porte, surreali festeggiamenti dei vincitori sconfitti

di Fabio Fabbri - 24 aprile 2006

“Tu che sei stato tanti anni in politica, come valuti il risultato delle elezioni? Chi ha vinto e chi ha perso?”. Agli amici che mi pongono queste domande rispondo con la foga di chi è ad un tempo indignato e preoccupato. Alla peggior campagna elettorale della Repubblica ha fatto seguito il peggior risultato: una sostanziale parità fra i due poli, che è fonte di sicura instabilità. Chi afferma che si può governare con una maggioranza di pochi voti al Senato favella a vuoto. Sono stato per 10 anni presidente di gruppo parlamentare e incaricato dei rapporti con il Parlamento del Governo Amato. Garantire la presenza della maggioranza era una fatica improba, anche se il nostro margine era allora assai elevato. Adesso, sarà arduo far funzionare le Commissioni, che sono il cuore propulsivo della produzione legislativa, specialmente in sede deliberante e redigente. Ecco perché mi sembrano surreali i festeggiamenti per la “vittoria di Prodi”. In realtà, Prodi è un vincitore-sconfitto. Malgrado il bilancio fallimentare dell’esperienza di Berlusconi, il candidato del centro-sinistra ha dilapidato il consistente vantaggio con cui ha iniziato la sua corsa con una serie di errori inescusabili. Non ha saputo offrire al Paese un progetto convincente di cambiamento (che delusione il programma nebuloso di 380 pagine!), ha collezionato una serie di gaffes, è stato un pessimo comunicatore e, per finire, ha brandito a suo danno, contro gli elettori, la mannaia fiscale. Insomma, ha confermato di non possedere le qualità di cui deve disporre un leader, malgrado la messe di consensi ottenuti in quelle primarie senza avversari che non mi pento di aver disertato. Non a caso sono vincitori azzoppati anche Fassino, D’Alema e Rutelli: per evitare una selezione all’interno della generazione più giovane, hanno favorito la sfida fra i duellanti di 10 anni fa ed hanno fatto un magro bottino di voti.
Ha dunque ragione Enrico Cisnetto, Presidente del Movimento per la “Terza Repubblica”. Questo “maestro di pensiero” seguace di Ugo La Malfa ha previsto prima dell’apertura delle urne lo stallo istituzionale che poi si è verificato: frutto dell’attuale bipolarismo sgangherato, che impone la competizione fra due coalizioni fortemente disomogenee al loro interno e perciò esposte ai ricatti delle frange massimaliste.
Insomma stiamo assistendo all’agonia della Seconda Repubblica. Certo, la Prima era caduta sulla questione morale, ma è un fatto che dal 1946 al 1994 l’Italia ha raggiunto i più alti traguardi di benessere e di prestigio della sua storia, mentre “il nuovo corso”, dal ‘94 ad oggi, ha coinciso con il declino economico e civile del Paese.
Per uscire dalla palude dell’ingovernabilità è necessario varare le riforme capaci di assicurare il buon funzionamento del sistema politico. Si deve dar vita ad una nuova Assemblea Costituente e riformare la legge elettorale per rendere protagoniste due grandi formazioni politiche omogenee, libere dai condizionamenti delle ali estreme. Solo così sarà possibile fronteggiare la voragine del debito pubblico e sostenere nello stesso tempo le imprese per innescare il ritorno dello sviluppo. Un sussulto che può essere propiziato solo dall’ingresso in campo di nuovi leaders e dunque dal pensionamento di chi ha condotto il paese in questo cul de sac. Diciamoci la verità: la contemporanea giubilazione di Prodi e di Berlusconi, che forse non è poi tanto lontana, sarebbe un gran bene per l’Italia.
Ho sperato che “La Rosa nel Pugno” potesse fungere da propellente per aprire finalmente la stagione del risveglio e dell’innovazione. Il risultato è stato inferiore alle aspettative, anche perché nell’impasto della “Rosa” è stata troppo flebile la voce socialista. Avremo modo di riflettere e discutere. C’è comunque in Parlamento una pattuglia liberalsocialista, in grado di contrastare il disegno di chi pensa al “partito democratico” come grigio compromesso di potere fra DS e Margherita, ancora con la regia di Prodi.
Il Paese intanto avrebbe estremo bisogno, subito, di un governo che governi; non che tiri a campare. Un obiettivo irraggiungibile con il rapporto di forze uscito dalle urne. E così, dopo un primo periodo di stentata precarietà, di durata proporzionale al grado di improduttività dell’esecutivo e all’intensità degli “incidenti di percorso”, se si vorrà allontanare lo scenario a fosche tinte evocato dal Financial Times, si dovrà avviare un dialogo fra i vincitori-semiperdenti ed i perdenti-semivincitori per prendere insieme le decisioni più urgenti nell’interesse del Paese. Solo un secondo governo, con un diverso Presidente, sorretto da una maggioranza più larga, potrebbe evitare una ravvicinata chiamata alle urne; o prepararla con la riforma della legge elettorale. Naturalmente non è escluso il peggio: i comizi a breve, dopo qualche mese di paralisi. L’incipit, con l’improvvida gestione del caso Bertinotti, non è stato incoraggiante.
Chiudo con una sconfortante postilla parmense. Il nostro territorio non è mai stato così sottorappresentato in Parlamento. Chi sta peggio è la sinistra “storica”, che, bastonata rispetto alle altre province emiliane, ha un solo deputato e nessun senatore. Senza isterie, sarebbe doveroso compiere un’analisi critica delle ragioni di questa batosta, per mandare poi in campo energie fresche, con l’occhio rivolto alla sfida elettorale che attende Parma nella primavera dell’anno prossimo.

Pubblicato sulla Gazzetta di Parma il 24 aprile 2006

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario