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Senatore, ministro, presidente della Consulta

L’importante è non mollare mai

Settant'anni di vita politica ricordati da Giuliano Vassalli, padre della Repubblica

di Fabio Fabbri - 12 gennaio 2006

Da sempre Giuliano Vassalli, già avvocato famoso, deputato, senatore, Ministro di Grazia e Giustizia, Presidente della Corte Costituzionale, vive nella palazzina di Lungotevere Vallati, in stile moresco-palermitano (primo ’900; la palma del giardino è il suo coerente complemento), che gli ha lasciato suo padre Filippo, giurista come lui e cultore delle humanae litterae. Vado a fargli visita in una mattina di Roma piovosa e infestata dallo scirocco.

È domenica. Non mi ha potuto vedere sabato, perché era a Milano: a star fermo non ha ancora imparato.

Suono all’ingresso e mi preparo a presentami a chi mi verrà ad aprire il portone, alla sommità di una breve scaletta. Ma ecco, non c’è nessun estraneo a ricevermi. È lui, l’ultra novantenne, che viene personalmente ad accogliermi, quasi ansimante per la fretta di chi non vuol far attendere l’ospite, premuroso e affettuoso come sempre. Siamo stati alcuni anni senza vederci, dopo la grande slavina del 1992. Ma prima ci siamo frequentati per mesi e mesi, in Senato, in via del Corso, ai congressi e ai convegni del PSI. Sono stato il suo capogruppo, poi lui ha preso il mio posto, quando sono diventato ministro del secondo Governo Craxi. Lui, una memoria degna di Pico della Mirandola, ricorda con sicurezza la data di questa “successione”, l’estate del 1986, come di ogni altro evento che rievochiamo: quando andammo insieme da Craxi per annunciargli che ci accingevamo a cooptare Norberto Bobbio nel Gruppo dei Senatori del PSI. “Ricordi, mi rammenta, Bettino non era entusiasta, ma ci lasciò fare”.

Continua: «Fu nell’89, quand’ero Ministro del Governo Andreotti, che approvammo la legge per bloccare l’uscita dalle carceri per scadenza dei termini di frotte di mafiosi. Fu l’avvocato Odoardo Ascari, difensore della famiglia del Generale Carlo Alberto Della Chiesa, che segnalò il pericolo. Così sono poi andato a Palermo a raccontare l’episodio, come teste a difesa di Giulio Andreotti». Passiamo in rassegna i suoi “grandi processi”. Quello, famoso, dei coniugi Bebawi, che furono assolti grazie alle vicendevoli accuse; il patrocinio di Sandra Milo.

Poi, davanti alla Corte Costituzionale, la difesa di un suo illustre collega, Antonio Lefebvre, incriminato per lo scandalo Lookheed, la compagnia americana costruttrice di aerei, prodiga di buste ad alcuni uomini politici. «Ricorderai anche tu, la caccia ad “Antilope Cobbler”. Fu un processo drammatico.

Mario Tanassi, segretario del partito socialdemocratico (PSDI), fu arrestato in udienza, per ordine impartito a nome della Corte dal suo Presidente, il socialdemocratico Paolo Rossi».

Quella difesa di Lefebvre gli è costata cara: candidato alla Presidenza della Repubblica nel ’78, subì il veto dei comunisti, giudicato indegno in quanto difensore dei corrotti! Vassalli ha indossato la toga alternando processi comuni e “processi politici”. Ha difeso generosamente e per molti anni decine di partigiani “perseguitati politici”, trascinati alla sbarra per fatti avvenuti durante la Resistenza. Ma ha anche tenuto a battesimo la Corte Costituzionale quando, nel 1956, si dovette decidere se la Corte era competente anche per leggi anteriori alla Costituzione, compreso il testo unico delle leggi di pubblica sicurezza.

Una battaglia vinta insieme a Piero Calamandrei, alla guida di un “manipolo di valenti colleghi, come Achille Battaglia, Federico Comandini, Costantino Mortati, Vezio Crisafulli, Massimo Severo Giannini”. O gran bontà dei cavalieri antiqui, verrebbe desiderio di dire. «La decisione in senso retroattivo – recita il computer della sua memoria - fu assunta il 23 aprile 1956, in un’udienza che durò dalle 9 alle 20. Calamandrei voleva prendere il treno per Firenze. Lo accompagnai alla stazione Termini con la mia 1500. Fu l’ultima volta che lo vidi. Tempo addietro mi aveva detto: «Ricordati che quando si passano i sessanta ogni giorno la morte ci attende». Per fortuna la longevità è mutata, da allora”. Lo interrompo bruscamente: “Ma tu, adesso, hai paura della morte? Io sì”. Risponde con mansuetudine: «Certo che ho paura. So che può avvenire da un giorno all’altro, e per questo mi metto avanti, accelero le ricerche cui sto lavorando, anche in vista del cinquantesimo anniversario della Corte Costituzionale». Incalzo: ”Sei credente?”. «Vorrei non rispondere. Ad ogni modo, cerco di comportarmi come se Dio ci fosse».

Improvvisamente affrontiamo il capitolo dei malanni sanitari, dei problemi di famiglia e della professione. Vuol sapere come è andato il mio ritorno all’avvocatura. Un’attività che lui ha condiviso con uno dei suoi 6 figli: tanti ne ha messi al mondo ed allevati, in mezzo alle infinite traversie di una vita avventurosa, che è un pezzo della storia d’Italia. Il colloquio va avanti un po’ disordinato, per il mio assillo di scandagliare in poco tempo i principali aspetti della sua personalità. Apriamo il libro della politica.

Vassalli ha respirato l’avversione alla tirannide fin dall’adolescenza. «Mia madre era una Angeloni, sorella di quel Mario Angeloni, caduto in Spagna dove combatteva in difesa della Repubblica». Ricorda, ancora commosso, le sue visite allo zio a Parigi, dove Angeloni viveva l’esistenza grama dei fuorusciti. Poi, divenuto adulto, Vassalli entra in clandestinità dopo l’8 settembre, si accorge di appartenere alla schiera di quanti vengono chiamati “partigiani”, viene chiamato a far parte del CLN, insieme ad altri giovani che avevano contribuito alla ricostituzione in Italia del Partito Socialista.

È difficile, per chi conosce l’aplomb professionale e “professorale” di Vassalli, immaginarlo come ardimentoso combattente della lotta di liberazione. Invece lo è stato, anche se lui manifesta la solita riluttanza a parlare di sé e delle sue gesta. L’episodio più noto è la “beffa di Regina Coeli”. Fu Pietro Nenni a metterlo alla prova. Nenni era contrario agli attentati che, come avvenne per quello di via Rasella, provocavano le rappresaglie efferate dei nazisti. Fu così che Nenni lanciò la sfida al giovane Vassalli e all’organizzazione militare dei socialisti romani: “Invece di perdere tempo nella programmazione di attentati, trovate il sistema di far uscire Saragat da Regina Coeli”. Giuliano lo prende in parola e costruisce, insieme a Peppino Gracceva, “il maresciallo rosso”, quella che oggi si chiama un’operazione di intelligence. Conquista la collaborazione del medico del penitenziario, il socialista Alfredo Monaco che abita all’interno del carcere. Poi, coadiuvato da Massimo Severo Giannini, il futuro maestro del diritto amministrativo, s’impossessa di alcuni moduli che “preleva” presso il Tribunale supremo militare, dove insieme a Giannini era stato in servizio, e fabbrica come un provetto falsario altrettanti ordini di scarcerazione. Conquistano così la libertà, oltre a Saragat, anche Sandro Pertini e altri 5 antifascisti. La sua attività di partigiano è stata intensa e anche temeraria. Opera nel cuore di Roma finché cade nelle mani delle SS. «Mi saltarono addosso - racconta -. Mi trascinarono nella loro macchina. In via del Corso cercai di evadere: mi percossero selvaggiamente. Arrivai al terribile carcere di via Tasso avvolto in una coperta, perché sanguinavo copiosamente da ogni parte». Era il 3 aprile del ’44. In via Tasso rimane fino al 3 giugno. Ogni giorno, come ha raccontato in un’intervista a Repubblica, “avevo negli occhi la morte. Quando la sera del 3 giugno, venne da me un sacerdote, credevo che fosse giunto il momento, che i miei genitori mi avessero mandato un confessore. Invece era l’inviato di Pio XII, che aveva interceduto per la mia liberazione”.

Finita la guerra, comincia l’avventura di Vassalli come dirigente socialista. Sempre e soltanto socialista, anche se per 8 anni “senza tessera”. Non prende neppure quella di Unità Popolare di Tristano Codignola e Ferruccio Parri, anche se si unisce a loro nella battaglia contro la “legge truffa”. Più precisamente: è sempre stato un socialista-autonomista, avversario dei “fusionisti”, quelli del patto di unità d’azione ferreo con il PCI. Nel 1945 lavora nel Gabinetto di Nenni, al quale offre le dimissioni, confidandogli lealmente che non condivide la sua politica.

Nenni lo incoraggia a restare al suo posto, conservando la sua libertà di azione. Ma lui porta il suo dissenso alle estreme conseguenze. Partecipa alla scissione di Palazzo Barberini. E diventa segretario del partito dei “saragattiani, i “piselli” del PSLI, insieme a Faravelli e a Simonini. «Quanti incontri con De Gasperi, insieme a D’Aragona e Tremelloni, De Gasperi accoglieva bonariamente la troika con il motto “omne trinum est perfectum“».

Il suo umanesimo socialista lo porta naturalmente a fianco dei seguaci di Turati, quelli di Critica Sociale, la pattuglia che darà vita alla corrente di “Iniziativa Socialista”. Accanto a Faravelli, mi rammenta, i più attivi erano Matteo Matteotti, Leo Solari e Mario Zagari , che fonderà il MUIS, il movimento per la riunificazione socialista, cui Vassalli si assocerà quando si tratterà di rientrare nel PSI: era il 1959. Approda finalmente alla Camera dei Deputati una volta realizzata l’unificazione fra PSI e PSDI. Giuliano è anche un buon archivista. Mi mostra il volantino ingiallito con cui presenta la sua candidatura. Fra le “benemerenze” con cui si raccomanda agli elettori c’è anche la sua opera di studioso, impegnato nella riforma dei codici penali e nell’attuazione della Costituzione. Segue poi un lungo periodo in cui prevale lo studioso e l’avvocato.

Il ritorno alla politica a tempo pieno coincide con il nuovo corso di Bettino Craxi, di cui è amico e consigliere per i problemi della giustizia. L’abbiamo vissuta insieme e non abbiamo bisogno di rievocarla in questo incontro, che voleva essere rivolto ai “tempi eroici” del passato. Ma né io, né lui resistiamo alla riflessione sulla disintegrazione del PSI e sul doloroso epilogo della leadership di Craxi.

Per avviare il discorso gli riassumo il giudizio che, qualche anno prima di morire, mi ha espresso Norberto Bobbio: “Craxi è stato uno statista e un leader politico di eccezionale valore, costretto a fronteggiare il più forte partito comunista del mondo libero. Anche il rastrellamento delle risorse finanziarie va visto in questo contesto. Purtroppo è mancato il senso della misura”. «Concordo con Norberto, dice senza esitazione. Aggiungo che ha pesato la spregiudicatezza di certi soggetti che stavano intorno a Bettino. Ci furono spese eccessive in manifestazioni e convegni talora sconfinanti nella megalomania. Ma quello era il clima che si era creato, nel cosiddetto duello a sinistra. So che molte risorse furono impiegate per iniziative di solidarietà internazionale: per Solidarnosc, per l’aiuto al dissenso dell’Est sovietizzato, per soccorrere i profughi travolti dalla dittatura di Pinochet; e anche per soccorrere altri partiti dell’Internazionale socialista, compreso quello cileno.>>. Lo conforto, su quest’ultimo atto di solidarietà. Quando sono andato a Santiago del Cile per il referendum che ha segnato la fine del dittatore, sono stato accolto dai socialisti del posto con grandi onori: avevano appena ricevuto una cospicua sovvenzione dal PSI.
Riprende pensieroso: «In campo internazionale Bettino ha compiuto scelte di importanza storica. Penso non solo alla decisione sugli euromissili, ma anche al miracolo della sua Ostpolitik, che seppe coniugare l’ausilio generoso ai dissidenti con il dialogo con i governanti del Paesi dell’Europa orientale, per rafforzare la distensione e preservare la pace.
L’amicizia con l’America non è mai stata subordinazione; così come il sostegno alla causa palestinese non ha offuscato la sua amicizia per Israele».

Poi completa così il suo pensiero: «Forse il nostro Bettino è stato ingenuo nel credere che “la nave va”, nel non comprendere fino a che grado l’odio istillato dai comunisti arrivasse nei suoi confronti, nel non comprendere che né dai democristiani, né dagli altri partiti gli sarebbe arrivato l’aiuto, nel non aver calcolato l’antipatia fermentante contro di lui ed i suoi compagni presso gran parte della magistratura, nel non comprendere che gli imprenditori-interlocutori ad un certo momento si sarebbero rivoltati» Mi confessa che è la prima volta che parla di questi argomenti dolorosi: «Lo faccio con te perché entrambi abbiamo voluto bene a Bettino e siamo stati suoi leali collaboratori. Sono tutte cose profondamente tristi e delle quali credo che non potrei mai scrivere» Ma c’è ancora qualcosa che vuol dire, sugli anni della sofferenza: «Molti strati del partito si erano adattati ad un certo andazzo molti anni prima che Bettino apparisse alla guida del partito. Di questo “tralignamento” forse lui non tenne abbastanza conto. Lui era un combattente, ma nel PSI non tutti erano combattenti come lui. Sta di fatto che i comunisti non furono mai perseguitati per i denari che ricevevano da Mosca, potenziale nemico del nostro Paese, né lo furono per le malefatte economiche delle quali, sia pure per fini esclusivi di partito, erano largamente partecipi. Quando qualcuno fu sorpreso letteralmente con le mani nel sacco, si trovarono tipi come Greganti, capaci di negare l’evidenza». La conclusione è velata di tristezza: «Bettino ha scontato per tutti. Ci fu anche un fattore di sfortuna, che contribuì a creare quella che Giannino Parravicini chiamava “una tragedia greca”. Penso che la storia gli renderà giustizia. Io non ho di lui che ricordi affettuosi, anche perché penso che egli abbia sempre agito, come suol dirsi, a fin di bene. Alcuni suoi consiglieri più vicini forse avrebbero potuto indurlo a condotte diverse. E non vi hanno neanche provato».

È straordinario che Vassalli abbia unito alla attività politica e all’avvocatura la passione feconda di ricercatore e di scienziato. Già nel ‘39 redigeva per Il Nuovo Digesto Italiano il lemma “Nullun crimen sine lege”; la prima pubblicazione di un lungo elenco, che termina nel 1991, quando è nominato Giudice costituzionale. Ed ancor oggi, deposta la toga, non si contenta di lodare il tempo antico. Ha seguito la riforma del processo penale e ne è quasi inorridito: «La nuova procedura è un groviglio inestricabile. Le regole devono essere chiare e non accavallarsi». Lui è sempre stato sostenitore e praticante dei concetti cartesianamente chiari e distinti: anche nelle sue “orazioni”, che sono sempre un capolavoro di eloquenza; compresa l’ultima, la presentazione alla Sala Zuccari del Senato della mostra storico-documentaria sugli anni in cui Pietro Nenni fu agitatore romagnolo del Partito Repubblicano. Il suo periodare non è mai insidiato dalla retorica e dalla magniloquenza. Dominano semmai la sobrietà e l’austerità del linguaggio. Preferisce far parlare i fatti, collocandoli nella loro cornice storica; e quando traccia il profilo di un leader ne scolpisce i tratti essenziali riordinando e miscelando le sue parole e la sua azione. Spesso trapela nella sua oratoria l’idem sentire con i protagonisti della vita politica di cui illustra l’opera e il pensiero. Anche nel recente discorso appena evocato, quando riferisce l’amara riflessione di Nenni rinchiuso nel carcere di Fresnes a Parigi (“Il mio è il destino di un uomo che si è trovato sempre allo sbaraglio… da una lotta all’altra, senza mai piegare il capo, senza pietà verso me stesso, benché tormentato da una sofferenza morbosa al pensiero delle sofferenze imposte ai miei. Forse la Chiesa ha ragione di proibire ai suoi sacerdoti di formare una famiglia”) è come se intimamente la facesse sua: etiam de me fabula narratur.

Curioso di conoscere il suo giudizio sui tempi più attuali della vita politica, lo interrogo anzitutto sulla recente riforma della Costituzione. Riflette un momento, poi risponde sicuro, come se si fosse preparato al quesito: «È una domanda sull’attualità - come tu giustamente dici - e comprendi bene che nell’attualità sono immerso solo fino a un certo punto, sapendo che presto sarò completamente al di là. Alla legge di riforma costituzionale, varata recentemente in Parlamento dal centrodestra, opporrò decisamente il mio NO nel referendum, se all’epoca sarò ancora vivo. Ciò è determinato dalla mia consapevole condanna del proposto sistema del “premierato”, che prevale in vari momenti importanti sui poteri della Camera dei Deputati ed è in contrasto con il principio (mantenuto) dell’articolo 67; e dalla mia ancor più decisa condanna di quell’inedito mostro che è il “Senato Federale della Repubblica”. So bene che nella riforma votata due volte in Parlamento vi sono alcune cose buone, quali ad esempio (ma non sono le sole) la sottoposizione dei decreti legislativi ad un controllo delle competenti commissioni parlamentari e le importanti correzioni alla pessima riforma del titolo V fatta nel 2001 da un centrosinistra in cerca di consensi elettorali. Ma, a mente dell’articolo 138, una riforma costituzionale, nel referendum, deve votarsi in blocco e dunque non si può digerire, in vista di alcune cose buone, ciò che è inaccettabile e, a mio avviso, indifendibile”.

Mi intriga anche interpellarlo sull’ultima novità: “E sul progetto del Partito Democratico hai maturato una tua opinione?”. Anche qui il responso è chiaro e motivato: «Sono molto perplesso e orientato prevalentemente in senso pessimistico. In sè e per sè potrebbe essere cosa buona e ci assimilerebbe a talune grandi democrazie, favorendo anche la “democrazia dell’alternanza”. Ma le future componenti mi sembrano già chiaramente diverse oggi su molti punti essenziali; con il rischio che l’eventuale Partito Democratico diventerebbe un “calderone” ingovernabile e dunque non capace di governare».

L’incontro volge al termine. Tento di strappargli un segreto. Ho nella mente la sua tranquillità, quasi prossima all’imperturbabilità, che ha sempre saputo mantenere, anche quando era personalmente coinvolto in discussioni politico-legislative aspre o addirittura incandescenti. Compariva sul suo volto, talora, il sorriso dell’ironia, accompagnato da un lampo dello sguardo e da una manifestazione di rispetto per l’interlocutore che non la pensa come lui: all’insegna della legge del dialogo, che, oltre ad essere il sale della democrazia, è anche il principio del contraddittorio processuale applicato alla lotta politica. “Quale è, gli chiedo, la fonte di questa tua tetragona serenità, di questa mitezza infrangibile?”. La risposta è pronta e, al solito, minimizzante: «È solo il frutto dell’esperienza». So bene che non è soltanto così; che al fondo del suo carattere, anzi del suo animo, albergano la fiducia nei valori che ha sempre coerentemente praticato, lo spirito di tolleranza di cui è intrisa la sua cultura di uomo e di scienziato e, non da ultimo, la consapevolezza della caducità delle umane cose; che insomma Vassalli non sarebbe Vassalli se non avesse fortificato giorno dopo giorno la sua autonomia di uomo libero, che si è fatto da sé e che non è mai stato prigioniero di lobbies, di consorterie o di salotti. Provo a comunicargli almeno qualcuna di queste mie spiegazioni della sua atarassia. Lui sceglie anche questa volta l’understatement, la modestia, la propensione alla minima considerazione di sé. E mi congeda con quel suo benevolo sorriso di novantenne ancora deciso a “non mollare”, sovraccarico di progetti e di impegni per il futuro.


Questo saggio di Fabio Fabbri su Giuliano Vassalli fa seguito ai ricordi del medesimo Autore su Giovanni Malagodi (Libro Aperto n. 10 - luglio/ settembre 1997), su Ernesto Rossi (Libro Aperto n. 11 - ottobre/dicembre 1997), su Giovanni Spadolini (Libro Aperto n. 14 - luglio/settembre 1998), su Francesco Compagna (Libro Aperto n. 16 - gennaio/marzo 1999), su Leo Valiani (Libro Aperto n. 24 - gennaio/marzo 2001), su Baldassarre Molossi (Libro Aperto n. 35 - ottobre/dicembre 2003), su Norberto Bobbio (Libro Aperto n. 36 - gennaio/marzo 2004), sui Taccuini di guerra di Benedetto Croce (Libro Aperto n. 40 - gennaio/marzo 2005) e su Sandro Pertini, il Presidente (Libro Aperto n. 42 - luglio/settembre 2005).
Pubblicato su Libro Aperto n. 43 Ottobre/Dicembre 2005 - per informazioni tel. 0544.35549 - 0544.212649 - 0544.36871 anche fax - e-mail libroaperto@sira.it - sito internet www.libroaperto.it

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