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Le illusorie vie d’uscita dalla crisi finanziaria

L’impalpabile fiducia che non c’è

I nostri economisti invitano a non allarmare. Ma basta?

di Elio Di Caprio - 05 marzo 2009

Il mondo è in apprensione da mesi per una crisi di cui non si vede la fine. Eppure allarmare non paga. L’ha detto il premier Berlusconi, lo dicono adesso anche gli economisti più “esperti”. Per Francesco Gavazzi come per Alberto Alesina e Ignazio Angeloni il rischio più grande è aumentare la sfiducia. Ma a che serve dire una verità così ovvia che la sfiducia genera sfiducia quando è la crisi globale a generare allarme globale?

La fiducia in sé è qualcosa di impalpabile e di emotivo, è vero, ma se la sua mancanza è dovuta a fatti continuamente riscontrabili- dal fallimento della Lehman Brothers in poi è stato tutto un susseguirsi di cattive notizie sulla tenuta dell’economia reale- non è giusto prendersela con fattori esclusivamente psicologici quasi si trattasse di una malattia psico-somatica da curare che ha poco riscontro con la realtà dei fatti. Le zone d’ombra sono così spesse che non solo non si sa come e perché il bubbone finanziario è “improvvisamente” scoppiato, ma soprattutto nessuno è in grado di fare una prognosi realistica della durata dello sconquasso finanziario, di quanto costerà e di chi ne risulterà alla fine maggiormente colpito. Analisti, economisti e giornalisti vanno a tentoni nel cercare di capire e far capire alla gente quanto sta succedendo, ma con scarsi risultati di serio convincimento.

Declamare, come fa Gavazzi, che la crisi della sovrastruttura finanziaria non mette in causa la struttura dei beni reali, patrimoni ed imprese, che sono sempre lì vivi e vegeti nei Paesi avanzati, a cominciare dagli USA, non rassicura affatto quando la conseguenza visibile è già la diminuzione dei posti di lavoro e la disoccupazione in interi comparti produttivi. Non è già abbastanza chiaro che una buona parte dei posti di lavoro saranno spazzati via dagli effetti della tormenta finanziaria e non saranno più ricostruiti? O anche questo è un effetto psicologico?

Alesina e Angeloni invitano anch’essi ad arginare l’allarmismo avvertendo che in ogni caso sarebbe sbagliato buttare a mare i risultati fin qui raggiunti dal sistema di commercio e finanza libera a livello globale è quello che ha consentito nell’ultimo quarto di secolo a molti Paesi del terzo mondo di emergere dalla povertà ( vedi Cina ed India) ma ha anche rafforzato il benessere dei paesi ad economia avanzata. E’ un’analisi plausibile per il passato prossimo, ma nulla dice sul futuro. Difficile pensare che una grande depressione a livello mondiale che potrebbe spingere gran parte dei Paesi a misure protezionistiche possa essere evitata solo facendo leva su fattori psicologici di fiducia o di sfiducia.

Da noi Silvio Berlusconi si è detto solo recentemente “preoccupato” per la crisi e le sue conseguenze in Italia, sfoggiando un doveroso ottimismo istituzionale che risulta però inquietante quando poi le cose si muovono in modo diverso: anche ammesso che gli italiani non abbiano alcun interesse a dimostrarsi catastrofisti, anzi dovrebbero rimboccarsi le mani per non aggravare la crisi, cosa succede se i soli italiani mantengono un alto tasso di fiducia, comprando e investendo, mentre il resto del mondo continua ad avvitarsi nella recessione?

A rigor di logica Giulio Tremonti, dovrebbe essere relegato nel limbo dei reprobi per aver drammaticamente annunciato l’incombente sfascio della speculazione finanziaria internazionale prima che questa si manifestasse con tutta la sua virulenza nell’ultimo anno. Anch’egli ha sparso allarmismo (ingiustificato)? Sembra che il nostro Ministro dell’Economia abbia svolto la parte dell’uccello del malo augurio proprio nel momento meno adatto, quando stava per toccare al Cavaliere il compito di governare e lanciare messaggi rassicuranti per dimostrare che la situazione non è poi così grave e non bisogna cedere ai catastrofismi.

Dove è la verità? Come dice Tremonti sarebbe un compito divino, e non umano, quello di salvare tutto e tutti- posti di lavoro e imprese, categorie, pubblico e privato, stabilità finanziaria interna- ma neanch’egli ha tutte le chiavi per evitare che la crisi metta in causa, se non ben pilotata, la coesione sociale interna. E’ facile accusare ora Tremonti e la sua maggioranza di non fare abbastanza e addirittura di non profittare ( i soliti rischi ed opportunità…) della situazione per tagliare i rami secchi e per mandare avanti alcune riforme, dagli ammortizzatori sociali alle pensioni, che non si sono fatte in tempi di normalità. Forse una politica di sostanziale conservazione e di contenimento dei rischi, quale quella portata avanti dal nostro Ministro, potrà a lungo andare risultare insufficiente e l’opposizione ha buon gioco a declamare che se avesse responsabilità di governo agirebbe in maniera più audace aumentando la spesa pubblica a favore delle categorie più svantaggiate.

Ma nessuno fa caso che nella situazione più difficile e grottesca si trova lo stesso Ministro dell’Economia: denuncia i mali di un mondo che si è sviluppato a debito ed ora ne paga le conseguenze quando proprio noi italiani, con uno dei debiti pubblici più alti del mondo, siamo gli ultimi ad avere le carte in regola per tale denuncia. Iniezioni di fiducia collettiva servono sempre ma purtroppo non sono risolutive quando il compito primario di chi ci governa è appunto quello di salvare il salvabile e forse Tremonti ci riuscirà meglio di altri. La fiducia (o la sfiducia), con buona pace dei nostri Gavazzi ed Alesina, arriverà dopo.

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