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Come cambierà la “sovrastruttura” politica

L’imminente<i> rupture</i>

Recessione, vento del Nord e Governo: quale sarà l’epilogo della crisi in atto?

di Enrico Cisnetto - 26 gennaio 2009

Recessione, vento del Nord e Governo: riassunto delle puntate precedenti. Scrivevo sabato scorso su questo giornale che la crisi in cui versa l’economia italiana non potrà non avere effetti anche sulla “sovrastruttura” politica. Citavo in particolare le ultime cifre del bollettino di guerra ormai quotidiano sulla recessione: ma nel frattempo i dispacci si sono intensificati. Nell’ordine, Bankitalia ha certificato un -2% ufficiale di arretramento per l’economia nel 2009; l’Istat ha preso atto del tonfo del fatturato e degli ordinativi industriali, il peggiore dal 1991; infine è arrivato l’export, che ha segnato un crollo a doppia cifra (-13,3%) che mette una pietra tombale su quello che in molti descrivevano come il “mini-miracolo” in grado di tenere in piedi la baracca del sistema-Paese.

Moltiplicando i fattori (di declino), però, il risultato non cambia, anzi. Dunque, la mia tesi si rafforza: è difficile che il “ventennio berlusconiano”, come lo chiama Massimo Giannini nel suo libro (speriamo sbagliando, visto che per adesso siamo al quindicennio, e direi che potrebbe bastare) superi indenne la più grande crisi economica degli ultimi decenni. Negli ultimi giorni, in particolare, gli scricchiolii si sono intensificati, e provengono soprattutto dal Nord. Mentre si avvicinano le Europee, la crisi sta colpendo pesantemente i quattro “distretti” leghisti di Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna. Non c’è, infatti, solo la crisi dell’auto (Piemonte), settore che con l’indotto rappresenta il 13% del pil italiano. C’è anche quella del tessile e del meccano-tessile (Lombardia e Veneto), e quella dei rivestimenti e della ceramica (Emilia).

E se le statistiche ufficiali che certificano la recessione non hanno bisogno di commenti, quello che tutti sanno ma nessuno dice è che questa “tempesta perfetta” colpirà soprattutto il settentrione, dove è collocato il 62,1% delle 4.338.766 imprese italiane (il 37,5% nel nordovest e il 24,6% nel nordest) e dove, presumibilmente, è ubicato anche quel formidabile “sottofondo” industriale costituito dal sommerso e dai doppi e tripli lavori. Una fetta determinante dell’apparato produttivo che è difficile quantificare, ma che già negli anni Settanta uno storico dell’industria serio e rigoroso come Valerio Castronovo accreditava di 7 milioni di occupati, di cui 6 milioni appartenenti al cosiddetto “nero”, e 1 milione di doppio o triplo-lavoristi, per un fatturato complessivo di 12.000 miliardi di lire.

E’ proprio su questo “distretto” oscuro che la recessione italiana sta avendo i suoi effetti più pesanti. Voci in seno al Governo parlano di un boom della disoccupazione che potrebbe arrivare presto vicino a quote spagnole (nel Paese iberico si prevede un boom di disoccupati a quota 15% nel 2009). Una tempesta, dunque, che si scatenerà sia sui bacini di voto in cui la Lega storicamente ha pescato a piene mani (Lombardia e Veneto), sia su alcuni “newcomers” come il Piemonte falcidiato dalla crisi dell’auto e l’Emilia ex-rossa. Se ci fosse, un’analisi dei flussi elettorali “intra-aziendali” riguardo alle ultime elezioni politiche mostrerebbe, infatti, che se già il partito di Bossi pescava a piene mani tra gli operatori economici (specie piccoli), è proprio tra i dipendenti delle micro-aziende, quelle sotto i dieci addetti (che secondo l’Istat sono il 94,9% del totale) che il trasferimento di voti alla Lega è stato più significativo.

A livello politico, è chiaro che una crisi così fortemente localizzata avrà una funzione di accelerazione della discontinuità di cui ho scritto sabato scorso. In particolare, spingerà la Lega a mutare pelle ancora una volta, passando da quella forza moderata e di governo a cui ci siamo abituati negli ultimi mesi alla sua primordiale natura di “partito di lotta”, pronto a fare l’en plein anche alle prossime elezioni europee. Le quali, dunque, avranno nel Nord il loro naturale campo di battaglia, che sarà tutto interno al centro-destra come già si vede dal voto sul federalismo, con un Pd che ha scelto la strada dell’appeasement cercando di strizzare l’occhio (fuori tempo massimo) a un Settentrione da cui si sente abbandonato e alla Lega con cui vorrebbe flirtare.

Ma non è certo sul Pd che vi saranno le conseguenze più pesanti, almeno nel breve periodo. No, il feedback più immediato sarà quello di una radicalizzazione dei rapporti sia tra Pdl e Lega, sia in seno al Pdl stesso. Coinvolgendo sia l’asse “verticale” Nord-Sud (allontanando ancora di più la Lega dalle posizioni centraliste di Forza Italia e dall’asse meridionalista di An) sia quello “orizzontale” pubblico-privato (che, nonostante le battaglie brunettiane, vede un’ampia rappresentanza del ceto medio statale ancora in dote naturale ad An e Forza Italia, mentre la Lega semplicemente non accetta che i costi della crisi siano pagati solo dal settore privato). Su questi due assi si giocherà dunque la “rupture” scatenata dalla crisi, che porterà ad un’accelerazione della dialettica in seno ad una maggioranza già divisa e litigiosa, e questa volta senza il capro espiatorio di un “corpo estraneo” come fu a suo tempo l’Udc.

Stavolta, quindi, le contraddizioni esploderanno in tutta la loro magnitudo, e sacrificare un Tremonti che già si sta smarcando preparandosi a un gioco da solista potrebbe non essere sufficiente a superare “la nottata”. Nessuno, al momento, è in grado di prevedere l’epilogo di questo smottamento tellurico. Ma, forse, è possibile avanzare un pronostico: che anche la Seconda Repubblica, come la Prima, cadrà per una crisi esogena. Quindici anni fa l’epicentro si collocava nei palazzi di Giustizia. Adesso, si trova nelle fabbriche del Nord. In tutti i casi, è probabile che la definizione di “ventennio” berlusconiano non arrivi mai nei libri di storia.

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