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La società multietnica: obiettivo o minaccia?

L’immigrazione ora diventa regionale

La confusione non viene solo dalla Lega di Bossi

di Elio Di Caprio - 20 maggio 2009

Le sorprese non finiscono mai, tutto è possibile. Scopriamo finalmente che il Partito Democratico ha qualcosa da dire ( e da fare) in tema di immigrazione. Il Presidente della Regione toscana Claudio Mantini scopre le sue carte, va oltre gli ammiccamenti o i distinguo del suo stesso partito, e metterà nero su bianco che un altro approccio all’immigrazione è possibile. Porta in consiglio regionale una legge che mette sullo stesso piano italiani e stranieri per una serie di servizi pubblici paritari.

E’ una mossa in netto contrasto con la Lega e tutto il centro-destra nazionale ( ad eccezione di Fini, sembra) che vorrebbero la mano dura contro gli immigrati, a partire dagli irregolari, ma poi con neanche tanti diritti riservati ai regolari. Nella nostra dotta ignoranza non sapevamo che una legge regionale può fare eccezione o precedere una legge nazionale dell’intero parlamento- merito della famosa riforma del titolo V della Costituzione o di altri interstizi legislativi sconosciuti? - su argomenti così delicati e difficili come la politica dell’immigrazione che mette in gioco in un difficile equilibrio la sicurezza dei cittadini e la necessaria solidarietà ad altri esseri umani a prescindere dalla loro nazionalità. Con l’esempio toscano nessuno potrà impedire un domani alla Lega di esprimersi a suo modo nelle regioni in cui ha un insediamento elettorale prevalente.

La cosa più sbagliata che si possa fare in tema di immigrazione è proprio quella di ideologizzare il confronto tra due punti di vista diversi che possono diventare opposti quando in concreto si realizza un conflitto obbiettivo tra le esigenze dell’accoglienza e quelle della sicurezza.

La cosa più inutile è crogiolarsi sul tema se una società multi etnica è auspicabile, già c’è o bisogna impedirla. Cavalcare le insicurezze dei cittadini o fare finta che non esistano non porta ad alcun risultato quando si devono fare i conti con immigrati di tante nazionalità diverse che non possono, a nostro piacere, essere considerati o intrusi indesiderabili oppure una componente essenziale che contribuisce alla crescita o alla minore decrescita del nostro PIL.

Nessuno ha la ricetta magica per governare un fenomeno che in pochi anni ha subito in Italia un’accelerazione imprevista e sconvolgente e ha colto impreparata gran parte delle società europee di recente immigrazione. Le schermaglie sui respingimenti, su chi sa respingere più e meglio lo sbarco dei clandestini tra i governi di centro sinistra passati e quello attuale sono pura propaganda, con l’aggravante che ne vien fuori l’immagine di un’Italia divisa agli occhi degli stessi immigrati.

Per l’ennesima volta tocca all’Italia che ha già pagato i suoi costi alle improvvisazioni passate districarsi nelle emergenze degli sbarchi di clandestini ed è costretta a dare, anche con esempi di dubbia efficacia, un messaggio di inflessibilità sulle regole di immigrazione. Meglio discernere e dare asilo a chi corre via da guerre e conflitti o impedire in blocco qualunque sbarco sulle nostre coste? Preoccuparsi piuttosto delle frontiere terrestri che sono già più permeabili di quelle marine? E’ vero che la maggior parte dei clandestini viene dai varchi di terraferma, ma nessuno si è mai scandalizzato, ad esempio, per il fatto che Walter Veltroni da sindaco di Roma (sembra un secolo fa) abbia convocato a suo tempo il comitato provinciale per l’ordine pubblico poco prima che scattasse l’ora X dell’inizio dell’immigrazione di massa, pienamente regolare, dei rumeni appena entrati nell’UE. E’ stato anche questo un caso di razzismo preventivo fatto proprio dalla sinistra?

E’ difficile dare risposte univoche ad un problema obiettivo di qualità e quantità dell’immigrazione che non si risolve certo con le propagande contrapposte che fanno perno addirittura su presunte diverse sensibilità, cattolica, umanitaria, leghista o nazionalista di difesa.

Il nostro Ministro dell’Interno Roberto Maroni può pure ergersi a difensore ultimo delle genti celtiche dell’Europa centrale minacciate dagli invasori mediterranei con la Lega che fa da indomito baluardo in nome e per conto dell’Italia tutta. Ma poi scopriamo che nel Nord leghista, in Veneto in particolare, l’immigrazione è così necessaria da rendere conveniente più l’accoglienza che la discriminazione. Altro discorso è l’integrazione nei tempi lunghi, ma questo è il tema culturale prossimo venturo.

Siamo in una situazione, ed è confortante, in cui gli immigrati non possono fare uno sciopero bianco e minacciare di ritornarsene al loro Paese per far mancare la mano d’opera alle nostre industrie o le badanti alle nostre case. Ma i problemi in futuro aumenteranno e non diminuiranno, non basteranno le tante misure tampone (comprese le ronde) per assicurare una convivenza civile più ordinata.

E’ tutto l’insieme che va governato nella maniera più saggia ( e dinamica) possibile per non trovarsi in casa prima o poi le banlieues parigine in procinto di esplodere. Con la crisi economica in atto la “guerra tra poveri” che già riguarda gli operai licenziati dalle industrie europee potrà presto diventare concorrenza tra precari italiani e precari stranieri. Ed allora chi preferiamo e chi lo decide? Una legge nazionale o regionale? O i sindacati saranno costretti anch’essi a qualche necessaria discriminazione? E’ più facile pensare e rappresentarsi globali, sentirsi cittadini del mondo con Erasmus ed internet, che essere globali di fronte a scelte niente affatto neutrali che hanno i loro costi.

Il “melting pot” americano, insuperata esperimento di convivenza e tolleranza tra religioni e culture diverse in un singolo Paese, è un esempio fuorviante e difatti le società europee ne stanno sperimentando una versione tutta propria.

La via alla società multi etnica sarà un’altra cosa anche per noi, ma la confusione è destinata ad aumentare se alle improvvisazioni si aggiungeranno le leggi federali, le tante leggi da repubblica indipendente, oggi quelle del PD e domani quelle della Lega, che decidano ognuna per conto proprio e nel suo territorio quale sia la legge sull’immigrazione più adatta.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario