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Il monito di Catricalà sulla concorrenza

L’illusione degli stranieri

A fare i mercatisti a oltranza, non sempre ci si guadagna. Specie se non lo fanno gli altri

di Enrico Cisnetto - 26 febbraio 2007

Finalmente. Ci voleva il presidente dell’Antitrust per sfatare il mito secondo cui l’arrivo degli stranieri avrebbe aumentato la concorrenza nel sistema bancario italiano. Una leggenda – creata e alimentata da quegli idolatri del mercato come panacea di tutti i mali che disprezzano, bollandoli come protezionisti, tutti coloro che hanno a cuore gli interessi nazionali – che Antonio Catricalà ha opportunamente smontato, dimostrando che dalla “calata” delle banche estere imprese e consumatori italiani non hanno tratto alcun beneficio. Una presa di posizione coraggiosa, anche perchè pronunciata al cospetto della “dura” commissaria europea Neelie Kroes, che peraltro ci ha fatto sapere come il costo dei nostri conti correnti sia sei volte superiore a quello medio della Ue. D’altronde, ci voleva ben poco per capire che sarebbe andata così: le banche estere sono arrivate qui attratte proprio dai grossi guadagni che permette il nostro sistema, e hanno guardato all’Italia sempre e soltanto come ad un grande “serbatoio” di liquidità da raccogliere qui per essere investito altrove. E allora, perché avrebbero dovuto andare contro i loro interessi applicando le condizioni della casa madre? Ormai per quelle banche, Bnl e Antonveneta, che sono state in gioco tra il 2005 e il 2006 è troppo tardi, ma cerchiamo almeno di imparare la lezione per evitare altri errori in futuro. Anche perché, in tutti i campi, in Europa la tendenza è proprio quella “difensiva”. Basta guardare all’Inghilterra, sempre indicata come modello da copiare quando si parla di mercati liberi dalle ingerenze. Laggiù è sceso in campo nientemeno che sir John Rose, storico ceo della Rolls-Royce, per dichiarare che l’apertura incondizionata dell’economia rischia di trasformare il Regno Unito “in una portaerei per gruppi stranieri che poi prenderanno decisioni in base a interessi lontani dai nostri”. E l’ha detto proprio a quel Financial Times che non ha mai perso occasione per bacchettare con severità chiunque ritenuto non devoto al Dio Mercato. Gli stessi inglesi si sono impegnati nella strenua difesa del London Stock Exchange dagli assalti del Nasdaq, tanto che l’opa lanciata da New York è fallita miseramente. Una difesa sacrosanta, visto che ai tempi di Margaret Thatcher, Londra ha abbandonato il suo manifatturiero per puntare tutto sui servizi, e quindi se oggi qualcuno prova a mettere le mani sulla City gli inglesi si sentono legittimati a usare gli stessi metodi che esecrano al di fuori dei loro confini. Stessa cosa in Spagna: Zapatero sta attuando un vero e proprio catenaccio per bloccare la fusione tra la spagnola Endesa e il colosso dell’energia tedesca E.On., che ha già fruttato a Madrid una procedura d’infrazione a Bruxelles. Senza contare francesi e tedeschi, chiusi per definizione. Insomma, in tutta Europa il vento spira nell’unica direzione logica: quella di proteggere i settori considerati strategici, almeno fino quando non si potrà ragionare in termini di interessi continentali. Sarebbe bello se anche i nostri liberisti “senza se e senza ma” si convincessero della bontà di queste motivazioni, accettando come “naturale” la tutela di asset e realtà industriali o terziarie che per la loro natura non possono finire in mano a chiunque. Ma se non si affrettano, tra un po’ non ci sarà più nulla da difendere.

Pubblicato su il Gazzettino di Domenica 25 Febbraio

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