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Le previsioni di crescita sono ferme all’1,9%

L’Europa che non c’è

I problemi degli Stati sono quelli dell’Europa: riforme bloccate e ricette economiche inutili

di Paolo Bozzacchi - 22 settembre 2005

Tante belle parole. Come al solito. A riprova che il declino italiano non è altro che la cartina tornasole di quello europeo, il Presidente della Commissione, José Manuel Barroso, in una lettera aperta a “Repubblica” ha indicato come priorità dell’Ue le sfide alla debole crescita economica e alla disoccupazione. Tutto giusto, per carità! Come negare, infatti, che quella economica sia un’emergenza?
Le stime del Fondo monetario internazionale parlano chiaro: per il 2006 l’Ue crescerà dell’1,9%, a fronte del dato Usa attestato sul 3,3%.
Ma le ricette indicate da Barroso non convincono affatto. Si riducono, infatti, alla “produzione di norme giuridiche di alta qualità, un accordo sul bilancio e la chiusura del ciclo di Doha per incentivare gli scambi commerciali”.
Niente completamento del mercato interno, oltretutto ignorando la totale mancanza di un politica estera comune.
L’Unione dà l’impressione di un cantiere aperto, non certo di un competitor degli Stati Uniti.
Di fatto il pallino comunitario resta in mano ai governi nazionali, ancora troppo lontani fra loro per questioni ideologiche e di scelte sulle politiche sociali, economiche e fiscali.
Ma quel che più manca - e di cui non si parla - è la costruzione di un’Unione politica, che ancora è ben lontana da venire.
Lo stesso Presidente Barroso ha infatti ammesso che la costituzione europea non vedrà luce nel prossimo futuro. Mancherà ancora per molto tempo, quindi, un collante in grado di far reggere il castello di carte costruito finora all’ombra dei governi nazionali.
Un castello le cui fondamenta comunque vacillano, se si considerano le condizioni in cui versano alcuni dei paesi fondatori, come Germania e Italia, nei quali il passaggio all’euro ha notevolmente impoverito le tasche della classe media.
Perché non avviare, quindi, le dovute riforme per creare gli Stati Uniti d’Europa?
Anche perché per l’Ue la definizione di gigante economico e nano politico non calza più. Siamo solo nani. Dobbiamo crescere.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario