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Gianfranco Fini, un leader solitario sconosciuto (o irriconoscibile)?

L’enigma che non c’e’

Ma forse ad essere più indecifrabile è l’intera società italiana

di Elio Di Caprio - 19 maggio 2009

Fini, questo sconosciuto ( a sé e agli altri?) dal percorso personale sorprendente, quasi da autoanalisi, che lo porta ad andare già ben oltre la casa del padre alla ricerca di terre nuove e distanti dalle sue origini politiche. Nessuna fronda al Cavaliere, per carità, nessuna corrente o sottopartito del Presidente in ambito PDL, ma sembra che ci sia del metodo nelle continue punture di spillo che il Presidente della Camera non lesina al Governo e alla sua (ma non sarebbe meglio dire propria?) maggioranza. Sono tanti gli analisti di sinistra che si interrogano sul “nuovo” corso.

Stefano De Michele che come ex cronista dell’Unità ha avuto la ventura di addentrarsi nelle sezioni dell’ex MSI, di entrare nelle vicende dei marziani ex fascisti che vivevano in un mondo a parte, si domanda a cosa servano le tante immersioni ed emersioni del “leader subacqueo” Gianfranco Fini dopo che si è fatto sostanzialmente abbandonare da gran parte della sua comunità d’origine.

Perché tanta curiosità per il percorso personale e politico di Fini che continua a seminare sconcerto nel PDL dove i “colonnelli” di AN si sono bene acconciati ad essere declassati a tenenti del nuovo corso pur di mantenere le posizioni di governo? La vera sorpresa-sconcerto viene però da sinistra, presa in contro piede prima da Berlusconi e ora dall’indecifrabile Gian Franco Fini, colui che da missino per poco non diventò sindaco di Roma ed ora è Presidente della Camera. Dopo 14 anni le sorprese non sono finite. Non è più Fini, è Alemanno ad essere diventato sindaco di Roma. Qualcosa è andata storta o non è stata capita, ma questa è un’altra storia e insieme la stessa storia.

Il tentativo di Fini – almeno così appare - è quello di costruire un obbligato contraltare di sottosinistra al Cavaliere che occupa gagliardamente tutto il campo. O quella di Fini è solo l’ambizione di accreditare, sia pure per successive approssimazioni, l’immagine della “vera” destra del futuro e non del passato e del passato prossimo, una destra che non è quella dell’ improvvisato outsider Berlusconi e neppure della Lega?

E’ un compito difficile per l’ex leader di AN se si pensa che è proprio grazie al cambiamento di clima culturale inaugurato con la discesa in campo del Silvio nazionale che sono rivenute a galla alcune suggestioni tipiche della destra – chi non ricorda la simpatia per il Craxi decisionista? - pronta ad identificarsi con chi va avanti per la sua strada, porta più risultati che parole, rappresenta il governo del fare che non si fa ingabbiare da nessun pregiudizio di amici ed avversari. E poi il Cavaliere è uno che si è fatto tutto da solo. Tra vittorie e sconfitte è diventato un capo popolo, virtuale e vero insieme, ciò che non è mai riuscito a Bettino Craxi.

Ci sono tanti motivi per cui dei due leaders, Berlusconi e Fini, sia stato il primo e non il secondo a prevalere anche grazie ad una duttilità caratteriale che ha recepito e addomesticato il sempiterno trasformismo italiano. Il risultato finale è stato il partito del Presidente, il partito del predellino, quasi diventato l’unico approdo storicamente necessitato per andare oltre le categorie comportamentali e le culture che hanno imprigionato l’Italia del novecento : oltre il cattolicesimo, oltre il fascismo, oltre il comunismo.

Un’operazione, quella portata a termine da Silvio Berlusconi - ma la storia non è finita- quasi impossibile per Gianfranco Fini, nonostante le tante abiure storiche e politiche degli ultimi anni.

Le irridenti guasconate alla Berlusconi che tanto deliziano una certa opinione pubblica non sarebbero mai state recepite come tali e sdoganate se avessero riguardato un personaggio come Fini scelto dall’ex “fucilatore” Giorgio Almirante come suo successore-cadetto per averla vinta sulle stanche nomenklature del MSI.

Ma ce lo vedete Fini che motteggia, va alla lavagna a scrivere un programma di governo, affitta navi da crociera per le campagne elettorali, invia per posta ad ogni cittadino opuscoli sulla sua vita da “Mulino bianco”?

Il Cavaliere l’ha fatto, ha ridotto a farsa l’intuizione propagandistica del Mussolini degli anni 30 che dette alle stampe una autobiografia autorizzata, titolata proprio “La mia vita”, diventata un best seller internazionale. Ed ha vinto. Qualcosa vuol dire se Berlusconi, e non Fini, passa indenne e se ne infischia delle tante accuse di essere ex socialista, fascista, bacia-pile ed ora persino “resistente” del 25 aprile.

Qualcosa non abbiamo capito noi stessi ancora schiavi di un immaginario collettivo del novecento in cui, dal fascismo (mai vissuto) alla svolta del ‘68, non abbiamo mai messo in dubbio l’assioma che il privato e il personale rivestissero sempre e comunque un carattere e una valenza politica.

Con Berlusconi – merito suo o dei tempi? - tutto è cambiato. I modelli culturali privati sono osannati come gli unici veri ed autentici, la piazza virtuale ha sostituito quella reale, non è più possibile fare riferimento a certezze consolidate di destra o di sinistra, le sezioni di partito si sono volatilizzate, contano più otto milioni di spettatori alla TV che le vecchie adunate oceaniche ( fasciste o comuniste non importa, ora rimangono solo quelle sindacali).

Ci si può benissimo contraddire da un giorno all’altro avendo l’accortezza e l’abilità di deviare o risuscitare il consenso mediatico su tutti i fronti possibili, magari attraverso una singola battuta o un singolo slogan. Poi tutto viene frammentato, ricomposto, manipolato o dimenticato.

Compito ancora più facile quando si dispone, oltre che del clima adatto, di TV, radio e giornali di proprietà. Non lo dice solo la sinistra. Non per nulla Gianfranco Fini, prima di accettare l’obbligata confluenza di AN nel PDL, aveva minacciato di fare da sponda alla sinistra sul conflitto di interessi del Cavaliere. Acqua passata, ma non poteva non restare l’amaro in bocca al Presidente della Camera.

Tocca proprio a lui, erede di una tradizione politica decisionista, mettere ora in dubbio il carisma del Cavaliere invocando regole e procedure che impediscano ogni capriccioso “a solo” del maggiore esponente del partito di maggioranza… Fini questo sconosciuto o irriconoscibile o siamo noi tutti che non riusciamo a riconoscerci, a destra o a sinistra, in un’Italia profondamente cambiata e sempre la stessa? Non è che un domani, passata la crisi economica e l’ondata lunga del Cavaliere, ci troveremo a chiederci, come ora facciamo con la sinistra, ma cosa è rimasto della destra?

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario