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Dopo il no francese all’opa su Suez-Electrabel

L’Enel in mezzo al guado

I vertici della società hanno avuto carta bianca, ma è mancata la politica energetica

di Elio Di Caprio - 28 febbraio 2006

Facciamo un passo indietro. Settembre 1996. “Dottor Tatò, lei gestisca l’azienda, so che sa farlo. La politica la lasci fare a noi che modestamente la sappiamo fare bene”. Questo è il testo non smentito (riportato da Roberto Napoletano nel suo recente libro "Fardelli d’Italia"), della conversazione tra il “modesto” Massimo D’Alema e Franco Tatò, ex amministratore delegato dell’Enel spa, nominato in tale carica dal governo Prodi.
Non sappiamo cosa abbiano fatto o non fatto i politici nel decennio successivo, ma sicuramente a Tatò è stata accordata una larghissima autonomia operativa. Il manager si adegua alla richiesta del Governo che l’Enel spa continui ad assicurare allo Stato, indebitato e ancora proprietario della società al 100%, introiti sempre maggiori, pur domandandosi in cuor suo se “non sarebbe stato meglio far scendere il costo dell’energia per imprese e cittadini piuttosto che assicurare dividendi astronomici al Tesoro” (si veda l’intervista dal libro citato). In cambio Tatò ha le mani libere per diversificare ed andare oltre il “core business” della società, tenta di espandersi senza successo nel settore acqua, investe poi l’enorme liquidità di cui dispone nella nuova frontiera delle telecomunicazioni e quindi crea la Wind.
Oddo e Pons, nel saggio ora ristampato “L’affare Telecom”, evidenziano che nel 1997 il governo Prodi aveva venduto l’impresa di Stato Telecom Italia, primo operatore nazionale nella telefonia fissa e mobile, per soli 11,82 miliardi di euro. Più tardi, nel 2000, il Governo Amato, per rafforzare il polo delle telecomunicazioni di Enel, aveva dato luce verde alla società elettrica per l’acquisto di Infostrada per 7,5 miliardi di euro. Quell’Infostrada che – dicono Oddo e Pons – sta alla Telecom come una chiesina di periferia al Cupolone… Intanto sono poste sul mercato le prime quote di Enel ad un prezzo che risulterà eccessivamente alto per gli azionisti.
Sono questi i precedenti della lunga storia.
Con il governo di centro-destra si cambia cavallo all’Enel e Paolo Scaroni sostituisce Tatò. L’Enel di Scaroni, e ora di Fulvio Conti, si ritira dalla telefonia, cerca di impiegare gli aumentati flussi di cassa e gli introiti derivanti dalla cessione forzata di alcune centrali elettriche e dall’alienazione della quota maggioritaria di Terna per acquisire impianti e partecipazioni fuori del territorio nazionale. Ma una tale strategia di proiezione all’estero non poteva essere avviata dallo stesso Tatò dal ’96 in poi, quando era già chiaro che il mercato comune dell’energia in Europa avrebbe selezionato pochi grandi protagonisti? Si aprono dunque vari dossier minori per una possibile espansione, ma Enel punta al boccone grosso di una presenza consistente sul mercato dell’energia francese. Lo fa attraverso una trattativa di scambio con l’Edf, l’ente elettrico francese, per poi puntare ad un’opa su Suez-Electrabel. A questo punto la Francia di sempre, nazionalista e statalista, blocca gli appetiti della società italiana varando in via preventiva la fusione tra Gaz de France e Suez-Electrabel. E’ cronaca di questi giorni, ne nasce un caso quasi diplomatico, che vede Italia e Francia ai ferri corti sul concetto e sull’applicazione della “reciprocità” tra i due Paesi.
Ma non si era detto che con le società privatizzate o privatizzande lo Stato non c’entrava più nulla e avrebbe deciso solo il mercato?
I governi passano, ma c’è un filo rosso di incongruenze e incertezze delle politiche energetiche e di liberalizzazione degli ultimi anni, venute alla luce prima con la crisi del gas, ora con le difficoltà opposte all’ espansione dell’Enel all’estero, in Francia come in Spagna.
Abbiamo forse sottovalutato l’importanza dei “campioni nazionali” e preso sottogamba la sicurezza energetica? Quali competenze e progetti sono stati messi in campo dagli ultimi governi bipolari per proteggere le loro maggiori società ex pubbliche e metterle in grado di diventare protagonisti di nuove concentrazioni a livello europeo?
Basterebbe, a paragone, mettere a confronto l’univocità e la coerenza dei comportamenti di sistema di un Paese come la Francia che non ha mai messo in dubbio la strategicità del settore energetico, con le nostre incertezze, titubanze, fughe in avanti, rattoppi dell’ultimo momento, largamente testimoniati dalla controversa vicenda della partecipazione di controllo dei francesi dell’Edf nella nostra Edison.
Siamo e saremo ancora tributari della Francia per una parte considerevole dell’import elettrico derivante da quella fonte nucleare a cui continuiamo a guardare con sospetto, corriamo il rischio di continui black-out se non mettiamo ordine nella nostra politica energetica e pretendiamo, con le nostre vulnerabilità, di giocare alla pari con i francesi.
Appare di tutta evidenza che finora è mancata una visione d’insieme dei problemi del Paese. Ci siamo avventurati nelle liberalizzazioni del mercato energetico e nelle privatizzazioni di Enel ed Eni per imitare e conformarci a un presunto trend europeo senza avere la capacità politica di governare le conseguenze di tali processi.

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