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Public Policy

L’importante rapporto tra lavoratore e impresa

L’azionariato dei dipendenti

Un progetto che leghi riforme settoriali, innovazione negli schemi negoziali e ruolo dei lavoratori

di Angelo De Mattia - 20 maggio 2009

Azionariato dei dipendenti. È probabile che se ne parli anche al congresso, che inizia oggi, della Cisl. da lungo tempo sensibile a questo tema. La crisi finanziaria globale e la stessa recentissima conferma dello svantaggio dei salari italiani nei confronti di quelli praticati da gran parte dei Paesi europei inducono a riflettere sul rapporto tra lavoratore e impresa e, in particolare, sull’apporto che sindacati e dipendenti possono dare al miglioramento della produttività, fermo restando il compito che devono svolgere altre fondamentali leve: la politica economica e quella fiscale, la politica degli investimenti delle imprese, in particolare oggi nel campo della ricerca, la promozione di riforme di struttura, etc.

E’ stato recentemente evocato il tema della partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa o, comunque, alla sottoscrizione di azioni connessa con i trattamenti retributivi ovvero della presenza, minoritaria, di lavoratori negli organismi societari. Progetti su questa materia sono ora presenti in Parlamento. Esponenti del Governo, in questi giorni, ne hanno sollecitato l’esame.

Recentemente, di questo argomento si è parlato con riferimento alle banche. Il tema, come si ricorderà, era stato affrontato, sia pure con un’ottica particolare, negli anni ’80 e negli iniziali anni ’90 in relazione alle ipotesi di riforma della banca pubblica, prima per via amministrativa – con la possibilità di emettere quote di risparmio – e poi per via legislativa (la cosiddetta legge Amato-Carli).

Contestualmente, avveniva che l’Organo di vigilanza studiasse la possibilità di trapiantare in Italia, per via amministrativa, il sistema di governance duale, che poi è stato legislativamente introdotto solo agli inizi di questo decennio con la riforma del diritto societario. In applicazione di tale riforma, alcune grandi banche hanno adottato il sistema in questione, avulso, tuttavia, da qualsiasi forma di codeterminazione, in effetti non propria finora dell’ordinamento italiano.

L’argomento è tornato di attualità con il caso Chrysler, nel quale, tuttavia, la presenza sindacale nell’organo deliberativo si riduce a un solo componente quantunque il sindacato possegga, come corrispettivo dei crediti vantati dal fondo di assistenza, il 55 per cento del capitale della casa automobilistica. Ugualmente peculiare è la cogestione in Opel, date le caratteristiche dell’ordinamento giuridico tedesco, non trasponibili nel sistema italiano.

Posta, dunque, l’impraticabilità di assimilazioni, sarebbe comunque ugualmente sperimentabile, in chiave pragmatica, nel settore bancario una forma di compartecipazione dei lavoratori alle sorti dell’azienda, per gli apporti che può dare allo sviluppo delle attività, al miglioramento delle professionalità, al progresso di efficienza ed efficacia operativa? In particolare, sarebbero sperimentabili forme del genere nel mondo delle banche popolari, fondate, come sono, sul voto capitario (una testa, un voto)? Costituirebbe una tale innovazione un fattore di democrazia economica?

Le risposte potrebbero essere positive a due condizioni: che non si metta in questione la sana e prudente gestione e che, anzi, si rafforzino stabilità, trasparenza ed efficienza; che si tratti di un processo da avviare dopo la riforma dell’ordinamento di questa categoria di istituti di credito, riforma che, pure essa, è oggetto di proposte di legge in discussione al Senato.

Poiché, in sede parlamentare, sembrerebbe che non sussistano i numeri per una chiara, completa revisione dell’ordinamento delle Popolari – trasformazione in cooperativa, che assume il ruolo di holding e azienda bancaria sotto forma di SpA o, più nettamente, diretta trasformazione in società per azioni della banca popolare che presenti determinati parametri – è necessario attestarsi sulle proposte e sugli indirizzi della Banca d’Italia che, con il passare del tempo, e dopo i casi di funzionamento delle assemblee dei soci osservati anche recentemente, sono divenuti ineludibili. Ritardi e proroghe sarebbero, ora, inconcepibili.

Se si realizza una revisione del tipo proposto – ampliamento della possibilità di voto nelle assemblee, anche a distanza con mezzi elettronici, aumento della quota di capitale detenibile da persone fisiche e da persone giuridiche, delegabilità del voto entro determinati limiti, modalità di formazione degli organi deliberativi e di controllo, etc. – allora si potrebbe aprire la pagina in questo settore, o in alcune aziende di tale comparto, di una contrattazione tra banche e organizzazioni sindacali.

Questa includerebbe nel complesso delle misure normative ed economiche anche specifiche ipotesi di partecipazione dei lavoratori, come potrebbe essere l’acquisizione, sulla bese di opzioni riservate, di titoli di proprietà. Realizzata, poi, una par condicio nella partecipazione alle assemblee dei soci-dipendenti e dei soci non dipendenti, si potrebbero prevedere proporzionate presenze negli organi deliberativi, naturalmente a condizione che esse riflettano adeguatamente la base sociale.

Soddisfatte le condizioni indicate (sana e prudente gestione, riforma delle Popolari) l’argomento diventerebbe, quindi, parte di un modello di nuove relazioni tra organizzazioni sindacali e banche. Se si evitano improprie commistioni, un’innovazione in questo campo – che potrebbe avere anche un valore di stimolo di analoghe sperimentazioni in altri comparti qualora ne esistano le condizioni – non dovrebbe trovare una aprioristica contrarietà neppure della Cgil. E’ da tempo scomparso il pregiudiziale carattere antagonistico del sindacato nei confronti del padronato pubblico e privato, pur non escludendosi il conflitto. Ciò non significa, tuttavia, che sia accoglibile qualsiasi ipotesi di corresponsabilizzazione.

In definitiva, un progetto che leghi riforme settoriali – per una migliore tutela del risparmio e una maggiore trasparenza – con una innovazione negli schemi negoziali e con un possibile nuovo ruolo dei lavoratori potrebbe costituire una interessante sfida, innanzitutto sul terreno intellettuale.

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