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Responsabilità sociale e politica

L’appello del Pontefice

Una concezione dell’economia a servizio dell’uomo

di Angelo De Mattia - 04 febbraio 2010

E’ ritornato di forte attualità, con le parole di Benedetto XVI, il tema della responsabilità sociale e politica difronte alla crisi economica che sta causando la perdita di numerosi posti di lavoro, come ha sottolineato il Pontefice, facendo espresso riferimento alla vicenda di Termini Imerese e di Portovesme. Si tratta di un alto richiamo, di carattere straordinario, pienamente coerente con la “ Caritas in veritate “, ma anche con le encicliche dei predecessori di Benedetto XVI, la Rerum Novarum, innanzitutto, e poi la Mater et Magistra, la Populorum progressio, la Centesimus annus.

E’ alla base della sollecitazione pontificia l’affermazione della dignità del lavoro, come vuole la Dottrina sociale della Chiesa. Non vi è certo, nell’appello alla responsabilità, una repulsa del mercato, ma l’implicita concezione secondo la quale quest’ultimo non può svilupparsi fondandosi su situazioni di degrado umano e di spreco sociale. Il profitto non è tutto. Non è certo da bandire il suo perseguimento, ma non possono trascurasi i vincoli sociali che riguardano anche l’impresa. Esiste una giustizia commutativa e una giustizia distributiva. Accanto al mercato e alla libertà delle contrattazioni e, più in generale, dell’iniziativa economica, deve diffondersi una più ampia responsabilità sociale dell’impresa. In questo senso, l’etica come la giustizia commutativa non sono fattori che vengono dopo che il mercato ha svolto il proprio compito attraverso le transazioni, ma sono condizioni intrinseche all’operare degli scambi nell’ interesse dei medesimi operatori.

Il perseguimento del profitto secondo una visione non di breve periodo, ma in una logica temporale più ampia che possa tener conto di operazioni a redditività differita, non costituisce un tradimento della funzione dell’imprenditore, ma rappresenta il modo migliore per fare progredire l’azienda nella solidità e con prospettive valide. E’ una concezione non lontana dall’economia sociale di mercato, alla quale oggi, in un crescente numero di paesi, si afferma di volere aderire, dopo avere sperimentato, in alcune realtà, il fallimento del collettivismo e,in altre, constatato le distorsioni di un capitalismo con insufficienti regole e con un preteso ruolo dello Stato come guardiano notturno. Del resto, non si ripete che bisogna fare tesoro degli insegnamenti della crisi finanziaria globale e, fra questi, dei danni del cosiddetto mercatismo, caratterizzato da una inadeguatezza delle regole e dei controlli su attività economiche e finanziarie svolte con una esasperata ricerca del profitto a brevissimo termine?

Se l’elaborazione della Chiesa, che ovviamente muove dai Vangeli, e si snoda per l’apporto dei Padri e le successive evoluzioni fino alla citata Rerum novarum di Leone XIII che affronta la globalizzazione di quel tempo, la rivoluzione industriale con le brutali conseguenze sul lavoro, in specie di quello dei minori, e da quella enciclica si dipana con un filo rosso fino alla Caritas in veritate, se quella elaborazione, dunque, si cala nella realtà di questa nuova globalizzazione, non può non derivarne il monito secondo l’accennato magistero di Benedetto XVI. L’appello del Papa è diretto all’impresa, ma non trascura né il governo né gli stessi lavoratori.

Sotto questo profilo, coglie certamente un aspetto del suddetto richiamo la conseguente affermazione del Ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, il quale sostiene che tocca alle imprese esprimere quella responsabilità sociale che deve indurre a non compiere frettolosamente scelte di ridimensionamento occupazionale, dopo aver fruito di lunghi anni di utili e, magari di aiuti pubblici.

Ed è positivo che, nonostante la genericità dell’espressione, si dica dal Lingotto che la Fiat è sempre pronta a fare la propria parte. Ma se, con riferimento a quest’ultimo caso, occorrerebbero impegni precisi, quanto alla posizione del governo, non si può ritenere che essa si possa tradurre solo nello stabilire il ruolo che spetta alle parti sociali. Vi sono due piani sui quali agire.

Quello dell’immediatezza, dovendosi individuare le soluzioni più adeguate che consentano la prosecuzione dell’attività industriale a Termini e a Portovesme nelle modalità che sarà possibile definire sin d’ora, e quello di più lungo respiro che deve riguardare la ridefinizione del rapporto tra “pubblico” e “ privato”, tra Stato e impresa, tra politica industriale - una formula sin qui neppure pronunciata - e iniziativa economica.

Solo affrontando il complesso dei problemi in campo e facendo sì che ognuno faccia la propria parte, a cominciare da chi ha il governo della cosa pubblica, si risponde compiutamente al richiamo del Papa e si attua un comportamento in linea con le scelte di una economia sociale di mercato.

Oggi, è urgente dare una risposta alle prospettive economiche delle due citate aree – ma non solo, essendovene anche altre interessate da fenomeni di crisi imprenditoriale e occupazionale – e non è sufficiente il ricorso agli ammortizzatori sociali. Si tratta di affrontare con la Fiat e con le altre imprese anche un discorso di prospettiva.

Se, come si dice, in particolare dagli esponenti del gruppo torinese, il suo cuore sta a Torino , al di là della diffusione nel mondo dei suoi stabilimenti e della preponderante produzione all’estero, se l’espressione non vuole essere solo un vacuo omaggio al nostro Paese, allora se ne debbono trarre le conseguenze. Non sarà più vero che ciò che va bene per la Fiat , va bene per l’Italia, ma bisogna, allora, trovare un positivo modus vivendi dal quale dipendono le politiche per l’auto e il trattamento praticato anche alle case automobilistiche estere, pur difese dalle norme europee sulla concorrenza e sugli aiuti di Stato.

Insomma, se la Fiat si configura come una impresa globale, a tale configurazione il governo deve rispondere con una impostazione della propria politica che abbia lo stesso respiro, traendone tutte le conseguenze nell’attivo e nel passivo. La stessa cosa si dica per le altre imprese, alcune multinazionali, insediate in Italia. Per compiere un tale cambiamento di passo, bisogna mettere mano a un programma – non incompatibile con una logica di mercato - di politica industriale, nel quale si diano alle imprese le necessarie certezze, si indichino le priorità, si operi l’ opportuna selettività nelle individuazione dei settori e delle risorse.

Coerentemente con un piano della specie, si sciolgano tempestivamente le riserve sul progettato stanziamento dei nuovi incentivi alla rottamazione, rompendo una situazione di surplace, nella quale la Fiat non fa domanda esplicita di tali agevolazioni, perché verosimilmente paventa la richiesta di contropartite ad opera del “ pubblico “ e dei sindacati, e il governo non decide perché, magari, ipotizza che la loro erogazione, se promossa di iniziativa, potrebbe meno facilmente ottenere delle controprestazioni.

Analogo discorso, mutatis mutandis, si può fare per quel che concerne lo stabilimento Alcoa e altri insediamenti della specie.

Insieme con le rappresentanze dei lavoratori, alle quali spettano pure quei comportamenti che assicurino le necessarie coerenze, occorre praticare con urgenza le scelte mirate alla prosecuzione delle diverse attività. Del resto, come si regolano, in casi del genere, gli altri paesi, a cominciare da quelli dell’eurozona? E’ immaginabile che solo noi assumiamo la veste dei sostenitori di una pura ed esclusiva logica di mercato, senza badare alle conseguenze, quasi una traslazione del “ fiat iustitia et pereat mundus”? Il fine deve essere la difesa della dignità della persona, di chi lavora e di chi produce e organizza la produzione; una concezione dell’economia, insomma, a servizio dell’uomo. Le adesioni alle sollecitazioni del Pontefice non sono di per sé sufficienti; hanno poi bisogno, dopo le adesioni, della verifica dei concreti comportamenti.

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