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Politica: un problema di credibilità

L’antipolitica e il suo habitat

La Casta è riuscita a perdere il controllo del territorio in tutte le zone del Paese

di Cesare Greco - 12 settembre 2007

L’antipolitica non è una gramigna che cresce spontanea e aggredisce gli ordinati campi della politica. E’ un’erba velenosa che per svilupparsi deve trovare un suo habitat naturale e predisposto a riceverla. Un habitat fatto di disordine e mancanza di credibilità della classe politica e delle Istituzioni che rappresentano la spina dorsale dello Stato democratico. Un habitat nel quale la politica venga percepita come separata dal resto del paese e sorda ai suoi problemi. Attenta esclusivamente alla propria auto conservazione e al rafforzamento dei sistemi di gestione del potere.

Un simile habitat, non è facile da realizzare in Paesi caratterizzati da un’alta partecipazione popolare agli appuntamenti della competizione democratica come l’Italia è ed è sempre stata. Nonostante questa difficoltà, la classe politica affermatasi dopo il terremoto di tangentopoli è riuscita a seminare, concimare e rendere sempre più rigogliosa la mala pianta dell’antipolitica. E c’è riuscita grazie alla propria insipienza, alla propria verbosa mancanza di idee, al proprio velleitarismo, all’occupazione militare di tutti i centri di spesa del pubblico denaro, sprecato per mantenere una elefantiaca e bulimica organizzazione di clientele elettorali. In questa opera è stata anche fortemente aiutata da alcuni apparati dello Stato che, proprio in virtù dell’incapacità della politica a svolgere la propria azione di governo, hanno avuto facile gioco nel rafforzare i propri privilegi corporativi a scapito degli interessi generali.

Grazie alla dissennata politica dei governi e delle opposizioni alternatisi in questi ultimi tredici anni, quella che Rizzo e Battista hanno efficacemente definito “la Casta” è riuscita a perdere il controllo del territorio in tutte le realtà del Paese (e la contrapposizione sul problema dell’ordine pubblico tra sindaci e uomini di governo della stessa parte politica lo denuncia) con un aumento del senso di insicurezza dei cittadini, a rendere sfacciatamente arroganti le lobby corporative, a ridurre la qualità e l’efficienza dei servizi pubblici (anche essenziali come la sanità), ad aumentare abnormemente le spese dello Stato e degli enti locali, regioni in testa, a dare quantomeno l’impressione di rapacità fiscale, a far perdere di credibilità l’attività legislativa del Parlamento attraverso una frenetica, paranoica e paralizzante azione di smontaggio delle leggi promulgate dallo schieramento avversario, in un reciproco tentativo di delegittimazione, e ad apparire spesso al di sopra e al di fuori della legge cui sono sottoposti tutti i cittadini comuni. In sostanza è riuscita a dare di sé e delle Istituzioni quella immagine negativa da cui scaturisce l’affermarsi di un diffuso sentimento di diffidenza e di ostilità. Un sentimento, appunto, antipolitico. Nel suo Vaffa Day, Beppe Grillo non ha fatto altro che aggregare questo sentimento, raccogliendo anche il frutto della reazione arrogante di un mondo politico che, in passato e di recente, non ha saputo fare altro che accusare sbrigativamente di comportamento antipolitico quanti da tempo vanno denunciando la crisi del sistema. Non riuscire a cogliere i segnali che arrivano dalla società, agire in funzione dei propri interessi accentuando la separazione tra classe dirigente e cittadini, è un comportamento non solo miope e autolesionista ma sintomatico del declino intellettuale di un’intera classe dirigente. Pensare poi addirittura di cavalcare la protesta, assumendo una doppia veste politica-antipolitica, come stanno tentando di fare alcuni leader di partito, appare quanto meno grottesco se non demenziale.

Purtroppo in questo clima, che ricorda molto da vicino il clima del ’92, ma con l’aggravante di coinvolgere le forze politiche a 360 gradi, la protesta finisce per assumere connotati confusi, dando spazio alla demagogia e al populismo emotivo e demolitivo, senza che si riesca ad individuare razionalmente i reali motivi della crisi e a proporre soluzioni efficaci. Ciò che oggi viene imputato alla politica è spesso il portato del fallimento di una legislazione “ideologica” che, presentata e salutata a suo tempo come conquista democratica e di garanzia per tutti i cittadini, ha finito per mettere in mano al sistema delle clientele buona parte dei servizi pubblici essenziali. A mero titolo di esempio vorrei ricordare con quanto entusiasmo fu salutata la legge 229 del 1999, meglio nota come riforma Bindi della sanità. Si spesero allora fiumi di inchiostro e decine di ore nei talk show televisivi per magnificare una riforma che avrebbe finalmente messo sotto controllo le baronie universitarie e ospedaliere e riportato sotto il controllo democratico dei cittadini, attraverso i loro rappresentanti politici, la spesa sanitaria e la sua distribuzione del territorio. Nel testo di quella riforma, in realtà, è scritto ciò che poi effettivamente avvenne: un aumento esponenziale della spesa, un sostanziale scadimento dell’offerta di assistenza pubblica, un controllo militare dei concorsi e delle carriere da parte dei politici di turno, un utilizzo clientelare delle risorse attraverso la gestione politica di incarichi, consulenze e appalti, un rafforzamento dell’ospedalità privata grazie alla differenza di agilità ed efficienza gestionale. Chi, nato prima degli anni ’70, ricorda il vecchio sistema mutualistico (quello per intendersi nell’INAM, EMPAS, ENPDEP etc.), non può non essere colto da una struggente nostalgia per i tempi andati. Eppure, per quella che è da tutti riconosciuta come una vera emergenza, ovvero la spesa sanitaria regionale fuori controllo, si continuano a proporre soluzioni basate su tagli che, dal momento che non affrontano il vero nodo del problema, ovvero la sua gestione, finiscono per penalizzare il cittadino utente attraverso la riduzione di prestazioni decise da costose commissioni ad hoc. Questo è l’esempio forse più eclatante perché tra l’altro il più costoso e avvertito, ma tanti se ne possono fare, dall’istruzione ad una pubblica amministrazione elefantiaca e avvertita come nemica, alla creazione di un’infinità di costosi e inutili enti locali e consigli di amministrazione, ad un sistema giudiziario lento, inefficiente, costoso e spesso ideologico, per finire con le varie riforme “federaliste” e le riforme elettorali succedutesi in questi ultimi quindici anni, che hanno sancito definitivamente la separazione e la totale autoreferenzialità della classe dirigente. Tutto mantenuto da una spesa pubblica ormai fuori controllo e della quale i cittadini avvertono di ricevere sempre meno, a fronte di contribuzioni fiscali sempre più elevate. Poiché nessuna delle forze politiche sopravvissute alla rivoluzione giudiziaria del ’92 può oggi chiamarsi fuori dalle cattive pratiche di governo, la situazione del Paese e l’ondata di “antipolitica” che l’attraversa appare ben più preoccupante che nel passato. Occorre quindi riformare dalle fondamenta la macchina dello Stato e ribadire con misure efficaci i principi di democrazia e i diritti inalienabili dei cittadini alla serenità e alla fiducia nelle Istituzioni e nel proprio futuro, riscrivendo la Costituzione e aggiornandola anche alla luce dell’esperienza e dei grandi cambiamenti continentali degli ultimi sessanta anni. Occorre ridare alla politica i suoi compiti alti di indirizzo e di controllo, escludendola dalla gestione dei servizi. E occorre farlo in fretta, seguendo un ragionamento politico freddo ed equilibrato, prima di esservi costretti dalla spinta della rabbia popolare e dei demagoghi.

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