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L’irresponsabilità e le pretese corporative

L’antipolitica di giustizia e pensioni

Chi vuole lo sfascio approfitta del vuoto della politica. Che ha promesso troppo.

di Davide Giacalone - 13 luglio 2007

C’è un filo che lega le questioni della giustizia e delle pensioni, quello dell’antipolitica, dell’irresponsabilità, della subordinazione alle pretese corporative. Le corporazioni, non dimentichiamolo, non sono il popolo distinto secondo le attività svolte, ma manipoli minoritari di burocrati che, con la pretesa di rappresentare interessi diffusi, tutelano se stessi ed i propri privilegi.

Si possono avere idee diverse su come amministrare la giustizia, ma una cosa è incontrovertibilmente certa: in tutti i sistemi accusatori del mondo civile i rappresentanti dell’accusa ed i giudici non sono colleghi. E si possono avere idee diverse su come regolare le pensioni, ma una cosa è indiscutibilmente vera: l’aumento dell’aspettativa di vita spinge tutti i Paesi dotati di stato sociale ad alzare l’età pensionabile e/o legare la rendita a quanto ciascuno ha effettivamente versato. Queste due cose si possono contestare, ma allo stesso modo con cui ce la si può prendere con la forza di gravità, per trastullo e stravaganza. In tutti e due questi casi ci sono delle leggi varate la scorsa legislatura: la Castelli sull’ordinamento giudiziario e la Maroni sull’età pensionabile. Criticabili quanto si vuole, ma tutte e due indirizzate (troppo poco) nella giusta direzione. Tutte e due avversate dalle corporazioni sindacali e togate.

Prima l’Unione in campagna elettorale, poi il governo Prodi hanno avuto la pessima idea di mettere in discussione quelle leggi. Era loro diritto, naturalmente, sviluppare politiche diverse, puntare a riforme migliori. Ma hanno fatto il contrario, privilegiando, fra gli applausi ed il consenso delle corporazioni, la distruzione di quel che c’era. Si sono accorti, però, che le corporazioni non sono mai sazie, che non bastava demolire quel che c’era, perché le corporazioni vorrebbero, appunto, negare la forza di gravità. Chiedono un processo accusatorio con accuse e giudici colleghi, magari anche nello stesso posto. Chiedono di pensionare gente che vivrà più di quanto ha lavorato. E’ insensato ed impossibile, ma l’antipolitica se ne frega e si mangia la pochezza politica e la viltà dei galleggiatori. Siamo giunti al punto che star fermi sarebbe la migliore cosa, laddove stando fermi siamo certi di scivolare alle falde del mercato e della giustizia sociale.

www.davidegiacalone.it

pubblicato da Libero di venerdì 13 luglio

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario