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Al governo l’onere di affrontarla

L’annosa questione meridionale

Un problema mai compreso che continua a perpetuarsi anche a causa della cattiva spesa

di Davide Giacalone - 09 maggio 2008

In un governo conta quel che sa fare, non l’età, il sesso o la provenienza geografica di chi lo compone. Per affrontare i problemi del sud non servono necessariamente degli indigeni. Ricordo che Franchetti era livornese e Sonnino pisano, ma furono loro a mettere a fuoco, nel 1876, il tema della mafia ed i termini della “questione meridionale”, sorta con l’unità d’Italia. Di ministri meridionali, del resto, ce ne sono stati tanti, molti dei quali incapaci di comprendere, ancor prima che affrontare, quel bisecolare problema. Mi preoccupa l’equivoco, il drammatico fraintendimento, che può nascondersi dietro un governo che parla ed è composto di nord.

La destra ha vinto le elezioni, e lo ha fatto in misura tale da consentire a Berlusconi di consegnare la lista dei ministri nel momento stesso in cui riceveva l’incarico, perché il sud l’ha votata. I numeri sono lì e non temono smentite. Il grande successo della Lega rimane tale pur se si constata che ha preso più voti in zone dove la coalizione era già forte, mentre la vittoria finale si deve al ribaltamento dei rapporti in molti collegi meridionali. Da questo fatto si deve far discendere una politica attenta, non il premio a qualche capo zona, e men che meno l’intensificarsi di spesa pubblica improduttiva. La “questione meridionale” resta lì, nei secoli, anche a causa della cattiva spesa.

Il federalismo istituzionale non solo non ha valenza antimeridionale, ma può essere strumento migliore della dissennata riforma costituzionale votata dalla sinistra. Se si mette mano al federalismo fiscale, però, occorre fare moltissima attenzione, e ricordare che l’affermazione della sovranità è un problema nazionale, non regionale o meridionale. Chiarisco: se si concede alle organizzazioni criminali di gestire i propri affari ed i vasti territori necessari, poi si trasferiscono soldi pubblici per assicurare la permanenza di almeno un simulacro statale; ma se si bloccano i trasferimenti si deve prima essere in grado di “liberare” terre e genti, in una guerra contro il crimine che restituisca liceità alla ricchezza. Capisco che è sgradevole dirlo, ma tenersi sulle mezze misure serve solo a propiziare la rivolta, non necessariamente spontanea. Conta poco “chi” fa il lavoro, è decisivo che al governo sappiano “quale” intraprendere.

Pubblicato su Libero di venerdì 9 maggio

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