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Una lettura con il cuore

"L’albero dei mille anni"

Un titolo così così per un grande insegnamento di vita

di Paola Nania - 18 ottobre 2010

Diciamolo subito: il libro di Pietro Calabrese, pubblicato postumo, ci è piaciuto. Piaciuto in maniera istintiva, irrazionale. Ci è piaciuto col cuore, insomma, per la carica umana e sincera che porta.

“L’albero dei mille anni” è innanzitutto un insegnamento di vita, potente proprio perché arriva da un malato grave, gravissimo (Pietro Calabrese è morto per un cancro al polmone il 12 settembre 2010, un anno e mezzo dopo la scoperta della malattia) ma è anche il diario impietoso di un calvario chiamato chemioterapia, degli stravolgimenti di un corpo ancora giovane, delle umiliazioni inflitte dal vomito e dalle nausee, dalla tosse infernale e dalla stanchezza infinita. La stanchezza, che fa capolino in molte pagine del libro (scorrevole, un racconto da divorare), è un pericolo costante: il rischio di non combattere, lasciarsi andare, rinunciare, darla per vinta ai “pipistrelli”.

Il dramma vissuto da quest’uomo di successo, è la strada attraverso cui scoprire la vita, il vero senso delle cose, riaffermare con forza gli amori che pesano nelle nostre esistenze e le illuminano. Legami che nel caso di Calabrese hanno la voce e il volto della moglie Barbara, della figlia Costanza e di tanti amici sinceri; i profumi di Roma, della Sicilia e infine dell’Africa, del grande baobab dove tutto si compie.

Banalità? Nient’affatto. Perché se a scrivere è un uomo piegato dalle fitte, imbruttito dalle petecchie che fanno strazio della pelle, allora ogni parola, ogni riflessione abbandona l’ombra del dubbio. Suona per forza di cose autentica e profonda.

Ecco allora l’insegnamento di vita di cui parlavamo prima: utile per le persone sane - che possono forse ridimensionare il superfluo quotidiano e andare all’essenza delle cose - e utile per chi conduce una battaglia simile. La dignità di Pietro Calabrese testimonia che si può lottare, non mollare, insistere, amare e infine capire il senso del nostro passaggio.

Solo un neo nel racconto che consigliamo. L’albero dei mille anni era davvero il miglior titolo possibile?

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