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L’affaire Fiat Chrysler

Washington ci spinge fuori dalla crisi

di Massimo Teodori - 04 maggio 2009

Nel celebrare i primi cento giorni di presidenza degli Stati Uniti, Barack Obama ha fatto all’Italia l’ottimo regalo di patrocinare in prima persona l’accordo tra Chrysler, una delle maggiori aziende americane dell’auto, e la nostra Fiat, la primaria struttura industriale italiana. Negli Stati Uniti è raro che il capo dell’esecutivo si immischi negli affari economici. Il che significa che l’eccezionalità di questa collaborazione non serve solo a risolvere un grande affare reciprocamente conveniente, ma anche a dare pubblico riconoscimento alla qualità della Fiat come azienda che è in grado di realizzare quella svolta tecnologica internazionale che risponde agli innovativi progetti industriali della presidenza.

Infatti l’accordo Chrysler-Fiat, una delle decisioni più significative prese da Obama in questo periodo di crisi, va valutato nel quadro del rinnovamento dell’intera politica americana, già evidente nei primi cento giorni in cui il Presidente ha tenuto fede alle promesse elettorali dando inizio a un cambio di indirizzo nella sanità, nell’energia, nell’ambiente e nella ricerca, tutti settori per i quali si rende necessario una revisione nella concezione dell’auto.

Sul fronte economico Obama, pur criticato da destra e da sinistra, ha adottato a favore di Main Street e di Wall Street provvedimenti che al momento paiono non dividere il Paese, come indicano i sondaggi che attribuiscono alla presidenza un consenso superiore al sessanta per cento. Sui diritti civili, poi, ha assunto decisioni di valore anche simbolico come la chiusura di Guantanamo e il ripudio della tortura, senza ricorrere alle vendette giustizialiste che avrebbero spaccato l’America.

Una svolta ancor più netta si è avuto nell’orizzonte estero dove la politica della “mano tesa”, pur rivolta ai nemici del mondo islamico e dell’America Latina, non ha rinnegato l’impegno statunitense a fronteggiare il terrorismo e a mantenere un ruolo centrale nelle responsabilità internazionali. Con l’Europa Obama ha tentato, forse senza riuscire in pieno, di ristabilire una buona partnership economica e strategico-militare. Con la Russia sono stati superati i conflitti innescati dal progetto dello scudo stellare. E con la Cina, ormai il numero due della terra, l’America ha allacciato quel legame indissolubile che si instaura tra i grandi debitori e creditori.

Se è vero che la crisi, partita dall’America, deve essere risolta innanzitutto lì, noi italiani dobbiamo guardare con orgoglio alla collaborazione tra Fiat e Chrysler che contribuisce in maniera significativa a fare un passo avanti in questa direzione.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario