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“Ricordate: lui è solo un sintomo”

L’affaire Di Pietro

Attenti ad non trasformare il dipietrismo in un paradigma culturale

di Davide Giacalone - 04 febbraio 2010

Antonio Di Pietro agente della Cia e amico di Bruno Contrada, il poliziotto poi accusato d’essere mafioso? Oh, ma siamo matti, avete deciso di rendermelo simpatico? Su quegli anni sono state raccontate tante di quelle fesserie, si sono pubblicate tante di quelle ricostruzioni mendaci, o direttamente deficienti, si sono accumulati talmente tanti detriti, che il passato non digeribile tornerà sempre a gola. L’abitudine italiana di mentire sulla propria storia, la speranza vile di superare il passato senza averlo chiarito, sono veleni a lenta cessione, che ammazzano a scoppio ritardato. Di Pietro è Di Pietro, basta e avanza.

Ora ha anche i nervi a fior di pelle, qualcosa lo disturba e lo rende inquieto. A una giornalista del TG1, che gli rivolgeva delle domande, s’è rivolto in modo ruspante: “fa domande del c... Non ce l’ho con lei ma con il suo amico Minzolini. Fuori ci sono i lavoratori dell’Alcoa che rischiano di perdere il posto e mi fate queste domande?”. Più tardi si è scusato, più che altro per il fraseggio non proprio accademico. Ma lo scatto aveva messo a nudo una certa idea della libertà di stampa, sulla quale potranno utilmente riflettere i suoi compagni di schieramento. Fuori, del resto, c’è tanta gente, e i giornalisti fanno le domande che vogliono. Si può sempre dire: non intendo rispondere. Ma Di Pietro non ci riesce, una volta, in tribunale, da imputato, pretendeva di parlare senza rispondere. Il presidente gli tolse la parola.

E’ nervoso, e forse ne ha motivo. Lo aspetta il congresso dell’Italia dei Valori, partito da lui fondato e posseduto, dove, però, è entrato anche chi pensa di poterlo sovrastare. Capita sempre così, c’è sempre qualcuno più estremista di te. I sondaggi, poi, un tempo erano oracoli solo per il fondatore di un altro partito, che per questo era considerato “di plastica”. Ora sono pane quotidiano per molti, e quello di Di Pietro risulta piuttosto duro: alle europee, nel 2009, aveva portato a casa l’8 per cento dei voti, ora Sky lo posiziona al 6.7, Ipsos al 6.6 e il Clandestino a 6. Anche a far la media, le cose non vanno bene.

Anche fra i lavoratori dell’Alcoa, oltre tutto, ci potranno pur essere cittadini interessati a sapere se effettivamente lavorava per la Cia, se s’attovagliava con agenti dei servizi. C’è tanta brava gente che si domanda se la storia cui ha assistito non è per caso diversa da come se l’è, fin qui, sentita raccontare.

L’operazione Mani Pulite fu complessa e niente affatto innocente. In nome della giustizia fu violentato il diritto. In nome dello Stato fu distrutta la politica. Ma chi cerca la “mente”, chi vuole individuare il “mandante”, non ha capito niente. Non voglio sintetizzare troppo, perché è questione maledettamente seria, ne ho scritto in libri e ad uno sto lavorando, qui, per continuare a parlare di Di Pietro e degli ultimi clamori, basterà inquadrare le linee generali: gli anni novanta iniziano con la guerra fredda alle spalle, il mondo che si apre; il capitalismo italiano è asfittico e statalizzato, ma pensa di potersi liberare dei costi della politica; il mercato italiano, però, è ricco, con alcuni preziosi gioielli, che possono essere portati via a poco; la classe politica non è all’altezza della situazione, non capisce e affonda. Mani Pulite fu lo strumento sporco. Di Pietro il suo rozzo, ma furbo, interprete.

Ebbero un ruolo, gli americani? E chi cavolo sono, gli “americani”? Anche negli Usa finiva un’epoca, con Gorge Bush, ex direttore della Cia, che perde le elezioni, lasciando il posto ad un giovane, senza grande esperienza. Quando si schierarono gli euromissili fu il governo statunitense a volerli, giustamente, e altrettanto giustamente noi piazzammo. Quando si usarono le informazioni riservate per colpire i governi italiano, francese, tedesco, furono soggetti non governativi ad approfittarne. Nel primo caso si difendeva l’occidente dall’impero sovietico, nel secondo si puntava alla ricchezza dei bersagli. Roba diversa, e mica poco.

Leggo che Di Pietro avrebbe preso una targa della Kroll, agenzia investigativa al servizio degli affari, consegnatagli da un agente italiano che lavora per gli statunitensi. Non sono sicuro che abbia capito, ma se l’è meritata. Grazie a Mani Pulite la Kroll poteva fare affari d’oro, visto che bastava costruire dossier sulla contabilità nascosta (che avevano tutte le aziende, per finanziare tutti i partiti), venderli agli interessati e recapitarli ad una procura affamata di manette. Avete presente i colonialisti che regalavano perline agli indiani, in cambio d’oro? Gli hanno dato un fermacarte. Magari lo hanno anche ossequiato: vai avanti, buana.

In quello stesso periodo si preparava, a cura dei nostri carabinieri, un rapporto sulla commistione fra politica, affari e criminalità organizzata. Si chiamava “mafia appalti”. Costò la vita a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La mafia si protesse, dimostrando la sua forza non solo con gli esplosivi, ma anche agevolandosi di una procura che fece a pezzi quel rapporto e, in nome della legittimità, lo depotenziò e affogò. Lo Stato non ebbe analoga forza, e si consegnò a magistrati che, in nome della presunta legalità misero sotto ai piedi la legittimità.

Di Pietro era il volto agreste e pastorale, lo sgrammaticato interprete dello squadrismo giustizialista. Il suo non è un profilo ambiguo, ma da arcitaliano che testimonia le tare genetiche della nostra storia: si laurea in legge senza conoscere l’italiano, entra in magistratura con le raccomandazioni, fa bisbocce con i potenti cittadini, prende soldi e li restituisce in contanti, accetta doni e favori, si adopera per sistemare il figlio e far lavorare la moglie (che è la seconda, come si conviene ad ogni buon raccomandato dai preti). S’è fatto da sé, e si vede. Si sente, pure. E’ l’intramontabile macchietta dello struscio con i potenti, del prendere quel che si può, dell’inciuciarsi perché non si sa mai. Quando le inchieste si mossero fu mandato in prima linea, come carne da cannone. Invece i giornali e le televisioni (in prima fila quelle di Fininvest-Mediaset) lo osannarono. Era il segnale, si poteva procedere. Divenne famoso.

Quel che si sa oggi lo si sapeva anche allora. Un tempo non riuscivi a dirlo, oggi è inutile. Vedo che taluni si lasciano tentare: non poteva non sapere. Fermatevi: usare il dipietrismo contro Di Pietro è come trasformarlo in un paradigma culturale. Anche alla turpitudine c’è un limite. L’allora pubblico ministero capì al volo. Le regole della comunicazione le aveva nel sangue, e quelli che lo circondavano (dal calcolatore e quirinalizio Borrelli al sinistro Colombo) erano troppo colti e pensosi per potere nutrirsi d’una piazza tanto bassa. La folla, aizzata da fascisti (tali erano) e leghisti, accarezzata da comunisti in cerca di complicità, cercava un proprio simile. Lo trovarono.

Si fece corteggiare da Berlusconi come da Prodi. L’Italia di Guicciardini vinse ancora su quella di Machiavelli (così, se Di Pietro mi ha letto fin qui, gli confondo le idee). Franza o Spagna. Ed è ancora lì, perché il passato non passa. Perché ha coagulato antistatalismo e voglia di approfittare. Perché c’è ancora chi lo imita, e magari pensa di fregarlo entrando nel suo partito. Perché c’è chi lo ingigantisce: il moralizzatore (ma va là), l’agente della Cia (ma mi faccia il piacere). Ricordate: lui è solo un sintomo.

Pubblicato da Libero

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