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Con la sua scomparsa finisce un’epoca

L’addio a Leopoldo Pirelli

Muore l’ultimo dei grandi capitalisti e un protagonista dell’Italia civile

di Enrico Cisnetto - 24 gennaio 2007

Con Leopoldo Pirelli scompare l’ultimo dei grandi capitalisti nati nei primi tre decenni del secolo scorso. E, probabilmente, anche l’ultima – tanto poche ne sono rimaste – delle dinastie imprenditoriali che hanno fatto la rivoluzione industriale in Italia. Non solo. Con lui esce definitivamente di scena quella genia di grandi borghesi, capaci coniugare la cultura al denaro, dal look un po’ british e dall’understatement della parola e del comportamento, che ha avuto in Enrico Cuccia il suo massimo esponente sul versante della finanza, in Bruno Visentini quello sul versante delle libere professioni e della politica, e appunto in Pirelli – molto più di Gianni Agnelli – il campione esemplare tra i “padroni”. Capace, per esempio, di essere senza avere: come quando in Confindustria, di cui non è mai stato presidente, ha lasciato un’impronta ancor oggi indelebile facendo approvare, circa trentanni fa, una riforma dello statuto – detta appunto, “riforma Pirelli” – che ha trasformato un club esclusivo in un sindacato democraticamente rappresentativo degli interessi degli iscritti. Non che il business non ne produca più di uomini così, ma è il degrado del Paese a restituirceli ai nostri occhi giocoforza diversi. Già, perchè Leopoldo è stato, a modo suo, un protagonista dell’Italia civile, sotto il profilo del bon ton come di quello dell’impegno democratico. Di un’Italia che, ahinoi, sta scomparendo, soppiantata dai “furbetti del quartierino”, dai politici di mezza tacca e dalla tv trash.

Tuttavia, questo suo ruolo di capitalista illuminato – come di simpatizzante della sinistra laico-azionista, che lo portò ad un’amicizia forte con Ugo La Malfa – non l’ha messo al riparo dalla furia ideologica degli anni Settanta: “Agnelli-Pirelli, ladri gemelli” era uno slogan sindacal-studentesco molto gettonato, e i volantini delle Br circolavano tra gli operai della Bicocca molto prima di quanto non fosse a Mirafiori. Né l’ha esentato da errori gravi nella conduzione della Pirelli – a cominciare da quell’assalto fallito alla tedesca Continental che a soli 67 anni lo ha indotto a passare la mano – né da non meno gravi contraddizioni, come quella di quotare in Borsa una società in accomandita per azioni e di godere dei vantaggi delle “scatole cinesi”. Ma quel suo essere “diverso” gli ha sempre consentito il lusso di pensare in grande, senza i limiti della nostra imprenditoria provinciale, paurosa di varcare i confini dell’italico mercato protetto pre-globalizzazione. In fondo, tutta la sua cifra imprenditoriale si racchiude nei continui tentativi di rendere i pneumatici della Pirelli i primi nel mondo, creando fabbriche – in Brasile, per esempio, è stato precursore – e cercando di comprare concorrenti. E la sua storia finisce appunto quando si è trovato costretto a prendere atto di non esserci del tutto riuscito.

Nato in Brianza nel 1925, Leopoldo Pirelli eredita dal padre Alberto – lo stesso nome che lui darà all’unico figlio maschio, fratello di Cecilia sposata in prime nozze con Marco Tronchetti Provera e successivamente con Carlo Scognamiglio, già presidente del Senato – l’azienda che aveva fondato nel 1872 il nonno Giovanni Battista, senatore del Regno. Leopoldo ha un fratello maggiore, Giovanni, comunista e partigiano, che rompe con la famiglia per testimoniare la sua fede politica – vende persino un Morandi per finanziare Lotta Continua – e si rifiuta di entrare in azienda. Così, le sorti della Pirelli passano nelle sue mani negli ultimi anni del boom economico, agli albori del centro-sinistra, proprio quando il suo amico Agnelli prende il posto di Vittorio Valletta. E’ il 1965: Leopoldo diventa presidente e la Pirelli comincia la diversificazione, affiancando alle “gomme” cavi elettrici, carta e meccanica. Gestisce in prima persona i rapporti sindacali, dando vita a quella figura di imprenditore dialogante che viene definito “colomba”, in contrapposizione ai duri – in Confindustria, uno per tutti era il presidente della Federmeccanica, Walter Mandelli – detti “falchi”. Con l’Avvocato costituisce un vero e proprio duo, che si manifesta tanto nel tempo libero – i due amano le barche a vela, e le uniche foto “patinate” di Leopoldo lo ritraggono sempre nell’adorata Portofino, dove ieri è morto – quanto sul fronte del potere economico. Legati alla Mediobanca di Cuccia da un sodalizio d’interessi e di amicizia, i due rappresentano nell’establishment il fronte liberal, contrapposto alla “razza padrona” – da Sindona a Calvi, da Cefis a Rovelli fino al mondo Iri – e alla P2. Nella coppia, il ruolo di Agnelli è più vistoso, da uomo di mondo, mentre in Leopoldo la voglia di riservatezza e la repulsione per ogni ostentazione lo spinge a ritagliarsi il ruolo del comprimario, seppure apparente e comunque sempre decisivo nelle scelte comuni.

Nel frattempo, Leopoldo spinge la Pirelli nel mare aperto delle alleanze mondiali. Nel 1970 ci prova con l’inglese Dunlop, che però si rivela un partner debole sul piano industriale e rende fallimentare la gigantesca Union (178 mila dipendenti per 1.400 miliardi di lire di fatturato), holding paritetica già minata in partenza dalla mancata fusione tra le due società. Poi, dopo un periodo tribolato in cui è costretto anche a cedere il grattacielo Pirelli, simbolo della modernità di Milano, ci riprova con la Firestone nel 1988. Ma l’opa lanciata a Wall Street – operazione allora del tutto inusuale per il capitalismo nostrano – viene superata dall’offerta della Bridgestone, e Leopoldo è costretto ancora una volta a cambiare obiettivo. Così, nell’autunno 1990, tenta la scalata alla Continental. La partita si rivela lunga e difficile, con tradimenti (la Deutsche Bank) e clamorose sfortune (il cambio lira-marco). Sta di fatto che due anni dopo la Pirelli si ritrova piena di debiti (3.600 miliardi di lire), con un pacco di azioni Continental del tutto inutile e la prospettiva di una pesante ristrutturazione, complice anche la crisi economica di quel momento. Leopoldo si assume la responsabilità della sconfitta, e passa il timone nelle mani del figlio Alberto, che a tutto è interessato – per esempio, gli piace da morire l’acquacoltura – meno che all’azienda e un ruolo manageriale di prima linea. Per questo in poco tempo si fa strada il genero di Leopoldo, Marco Tronchetti Provera, già in azienda da qualche tempo. Alberto è ben felice di fargli strada, e Leopoldo benedice un passaggio che presto diventa anche azionario e che in poco più di un decennio porta la Pirelli ai fasti (e alle difficoltà) di Telecom.

Pubblicato sul Messaggero del 24 gennaio 2007

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