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I dubbi e le incognite del Protocollo entrato in vigore

Kyoto: per un mondo più pulito?

Il Protocollo di Kyoto è ora un vincolo internazionale che sfida le capacità progettuali della classe politica

di Antonio Picasso - 21 febbraio 2005

Dalla scorsa settimana si sta cercando, in qualche modo, di abbassare le temperature della Terra. Molti sono impegnati in questa nobile impresa e pure l'Italia. Ma, a onor del vero, il nostro Paese fatica a tenere il passo.

Con la mezzanotte del 16 febbraio il Protocollo di Kyoto, firmato nel 1997, è entrato in vigore nei paesi che l'hanno sottoscritto: 141 finora, di cui 39 industrializzati. Il trattato prevede una serie di complessi meccanismi, finalizzati alla riduzione dei sei gas prodotti dall'uomo, che provocano l'effetto serra e quindi surriscaldano l'atmosfera: anidride carbonica, metano, protossido d'azoto, fluoroclorocarburi, perfluorocarburi ed esafluoruro di zolfo. Gas sparsi nell'aria da ciminiere, tubi di scappamento, terreni agricoli e allevamenti zootecnici.

L'accordo internazionale è frutto di una trattativa complessa e vittima di accese polemiche. Franco Foresta Martin, sul Corriere della Sera del 15 febbraio, ha parlato di un dead man walking, nell'ottica statunitense, "o di un neonato scampato all'aborto", secondo i governi europei, che hanno accettato Kyoto ob torto collo. L'avversione di Bush al Protocollo è risaputa, così come la difficoltà generale di definire degli obiettivi realizzabili e non di chimere.

E non si possono inoltre tralasciare incertezze e perplessità che l'accordo ha generato. Ancora il 13 febbraio, Mario Margiocco, sul Sole 24ore, aveva citato gli ammonimenti degli esperti, in merito alla scarsa fondatezza delle previsioni, calcolate all'epoca della firma del protocollo.

Un parto difficile quindi, ma per una vita di lunga durata, ha sottolineato ancora Martin. Perché le decisioni, che furono prese otto anni fa, dalla scorsa settimana dovranno essere rispettate. E non ci saranno molte scappatoie.

La situazione ambientale, a cui si è giunti negli ultimi decenni, è infatti preoccupante. L'80% delle emissioni di anidride carbonica nell'atmosfera, prodotta da due secoli di rivoluzione industriale, si è concentrato dal 1945 a oggi. E i cinque anni più caldi si sono avuti dopo il 1998.

C'è poco da fare: l'inquinamento sta modificando la natura. "Lo smog non è solo un problema industriale. È anche una maniera di vivere", ha scritto Francesco Merlo sulla Repubblica del 15. In effetti, oltre agli squilibri climatici, è la quotidianità di tutti noi che sta subendo delle alterazioni. Ecco perché si è dovuti correre ai ripari.

Certo, le decisioni prese a Kyoto non sono facili da realizzare e peseranno sulle economie nazionali quanto altri gravi questioni. Perché allontanarsi da una soglia intollerabile di inquinamento significa spese. Tuttavia non c'erano alternative.

Sul Riformista del 14 febbraio, Stefano Cingolani scriveva che l'applicazione di Kyoto costerà molto all'azienda Italia, ma ancor più peserà il metodo italiano con cui l'applicazione sarà effettuata. Ecco quindi che l'Italia funziona male anche nelle politiche ambientali.

Nel 1997 Roma si era impegnata a ridurre del 6,5% le emissioni di gas nocivi. Ma in questi anni, in seguito al raddoppio dell'emissione delle stesse sostanze, il taglio reale è balzato al 13%. Questo significa che bisognerebbe eliminare circa cento milioni di tonnellate di anidride carbonica (CO2).

Ma come si potrebbe raggiungere un simile obiettivo? Tra le soluzioni più immediate da adottare, la più adeguata sarebbe l'ammodernamento del parco veicolare nazionale. Vale a dire eliminare, entro il 2009, le auto immatricolate prima del 1996, che emettono più di 160 grammi di CO2 per chilometro. Sarebbe poi necessaria l'installazione delle minicentrali a cogenerazione di elettricità a calore. Infine si potrebbe ricorrere alla produzione di energia da fonti alternative al petrolio e al carbone: dai rifiuti ad esempio. Oltre che con l'incremento di efficienza degli impianti già installati e l'aumento delle superfici forestali.

Ma l'Italia non è stata capace di definire un progetto di tale portata. Di conseguenza i ritardi e l'incapacità di realizzazione del Protocollo ci costringeranno a sborsare svariati milioni di euro in multe o in riscatto di crediti. E i costi potrebbero essere salati. Si può già calcolare un miliardo di euro l'anno, quindi oltre sette da qui al 2012, se non ci mettiamo subito in riga. Siamo partiti col piede sbagliato, ha ricordato Foresta Martin. Dal Ministero dell'Ambiente giungono voci che tendono a recuperare il ritardo in pochi giorni, ma per evitare già la prima ammenda si dovrebbe completare la revisione degli impianti entro fine febbraio.

A questo punto, analizzando in dettaglio il panorama economico italiano, ci si rende conto che l'industria è, tutto sommato, in linea con i parametri richiesti. Le carenze riguardano invece la produzione di elettricità. Il piano nazionale, che assegna un tetto di emissioni a ciascuno dei nostri 1300 impianti soggetti alla normativa, non è piaciuto ai commissari europei ed è stato rimandato indietro.

Un editoriale del Sole 24ore del 19 febbraio ha sottolineato che la produzione di energia elettrica mediante combustibili, petrolio e carbone, non può che farci sforare dai parametri del Protocollo. Sicché si torna a criticare la politica energetica italiana, perché, se confrontata con quella dei nostri partner europei, le sue falle balzano subito all'occhio. In Italia Eni ed Enel persistono nell'utilizzo degli idrocarburi. Al contrario, Francia, Germania, Regno Unito e Svezia si sono mosse in altre direzioni. Hanno fatto ricorso al nucleare e finanziano la ricerca di fonti energetiche alternative. E nessuno di questi paesi sarà penalizzato.

È vero a sua volta che l'accordo italo-slovacco, siglato il 17 febbraio da Paolo Scaroni per l'Enel e dal governo di Bratislava, può suggerire ottimismo. L'amministratore delegato del gruppo energetico italiano, infatti, ha firmato un contratto per l'acquisto del 66% della società di stato Slovenske Elektrarne, che tra suoi impianti ha sei reattori atomici in esercizio. Un ritorno al nucleare, quindi. Almeno all'estero.

Ma se il problema italiano è il più contingente a Roma, le preoccupazioni si rivelano globali quando si osserva il Protocollo di Kyoto nella sua applicazione mondiale. Come è stato evidenziato durante il vertice di Buenos Aires, nel dicembre 2004, urge domandarsi cosa succederà dopo il 2012, se gli Usa continueranno a restare fuori dal sistema dei vincoli e i grandi paesi in via di sviluppo, come Cina e India, ci staranno dentro solo come spettatori non paganti.

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