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La politica estera italiana e l’Afghanistan

Karzai, i talebani e il Governo

La guerra costa, specie politicamente. Il Governo si comporti di conseguenza

di Davide Giacalone - 06 marzo 2007

Dopo il “turbamento” del ministro degli esteri italiano per la morte di civili, a seguito di un’azione militare Nato in Afghanistan, in quello stesso Paese è stata scatenata un’offensiva contro i talebani, che provocherà altri dolori ed altre vittime. Il turbamento è umano, ma anche poco significativo se non accompagnato da considerazioni politiche, ed in questo caso anche militari. Se si colpiscono con gli aerei caccia i terroristi che si mimetizzano e nascondono fra la popolazione civile è da mettersi nel conto la morte d’innocenti. Se si procede con truppe di terra, affrontando direttamente il nemico e con più alta possibilità di discernere, si deve mettere nel conto la morte di un più alto numero di militari. Noi italiani rifiutiamo di portare i nostri uomini sulla linea del fuoco. Non è la migliore condizione per dar lezione a chi colleziona a decine le bare da rispedire in patria. Altro discorso se, invece, si contesta la modalità operativa del comando statunitense, affermando che è sistematicamente sottovalutato il rischio per i civili. Ma una tale accusa rischia d’essere irrealistica, e comunque incapace di valutare le reali condizioni del terreno sul quale ci si muove. Quindi, alla fine, si arriva al nodo di sempre: o si scarta l’opzione delle armi, o non se ne possono cancellare gli effetti indesiderati. La prima ipotesi è percorribile, ma solo a patto di averle prima utilizzate bene, le armi, ed avere colpito mortalmente i talebani. Lo stesso D’Alema, del resto, ha affermato di essere al fianco del presidente Karzai, il quale, però, senza le armi della Nato neanche si troverebbe in Afghanistan, e potrebbe considerare un successo il solo essere in vita. Al fianco di Karzai si fa la guerra ai talebani. Sospendere le ostilità significherebbe ripiombare il Paese nella dittatura teocratica e destabilizzare il vicino Pakistan, con il che di Karzai mancherebbe il fianco, ed anche il tutto.

E veniamo all’idea di acquistare l’oppio per destinarlo ad impieghi farmaceutici. Non ci sarebbe nulla di male, sarebbe una misura tampone, destinata anche a riallacciare i rapporti con una popolazione massacrata dai talebani e dalla necessità di annientarli. Ma sarebbe un errore considerarlo un provvedimento risolutivo, perché ovunque si coltivi l’oppio è naturale che una parte considerevole del prodotto finisca al mercato della droga. La concorrenza sui prezzi impoverirebbe per un po’ i narcotrafficanti, ma assai di più i governi che alimentano l’asta. Quindi, a parte le misure immediate, quelle a regime non possono che prevedere lo smantellamento delle colture. Operazione difficile e costosa, lo so, ma utile a mostrare con il rapporto con l’occidente libero e democratico può essere una via per la pace e la prosperità. Neanche la guerra è gratis, e le ricadute sono meno piacevoli. Tutto questo può “turbare”, ma la differenza fra chi ha responsabilità di governo e chi partecipa ad una veglia è proprio nel dovere dei primi di tradurre i sentimenti in scelte coerenti. E’ escluso che rientri nel novero della coerenza lasciare i talebani liberi di opprimere ed ammazzare donne e bambini.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario