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Contro il terrorismo, anche armi non convenzionali

Jacques Chirac atomico: ma perché?

La force de frappe dell’Eliseo. Mossa sbagliata a priori, che manca di un obiettivo reale

di Antonio Picasso - 20 gennaio 2006

In una situazione mediorientale sempre più fluida, di cui si rischia di perdere il controllo, quello che si poteva evitare era un gesto come quello commesso dalla Francia di Chirac. Vale a dire un pericoloso rilancio della strategia nucleare.
Non passa giorno che dall’Iran giungano, verso l’Occidente, gli strali fanatici e bellicosi del presidente Mahmoud Ahmadinjad. Il Medio Oriente è in subbuglio, in attesa delle elezioni in Palestina e della chissà quale sorte che toccherà a Israele. Libano e Siria sono ai ferri corti. Il bollettino di guerra iracheno continua a ricordarci quanta poca cautela si ebbe, tre anni fa, nell’intraprendere una simile impresa e, infine, l’ultimo video farneticante di Osama Bin Laden ci ricorda che Al Qaeda c’è e ha ancora le forze per spaventarci.
Quelle che nessuno si aspettava, però, erano le parole pronunciate ieri dal presidente francese, Jacques Chirac. Una politica di sicurezza impostata sul nucleare, il ricorso ad armi non convenzionali in risposta al terrorismo e una strategia di difesa aggressiva. Sembra di sentir parlare il vecchio generale Charles de Gaulle, il quale, nel pieno della Guerra fredda, evocò una force de frappe tutta francese, spiccatamente anti-sovietica, ma anche autonoma e indipendente dalle direttive degli Stati Uniti.
La Francia di Chirac – il presidente sta vivendo i suoi ultimi quindici mesi di mandato presidenziale – ha preso una posizione ferma ed esplicita contro il terrorismo islamico. E la coincidenza con le esternazioni di Bin Laden sarebbe tornata in favore dell’Eliseo. Quello di Parigi è suonato come un secco “no!” ad Al Qaeda. Come altrettanto secca fu la contrarietà all’intervento armato in Iraq il governo francese l’aveva assunta nel 2003. Senza, però, che le fosse attribuita alcuna aura di pacifismo. Perché, allora, oggi Chirac se ne è uscito in questo modo?
La sua è come se fosse un’intenzione di far capire al mondo – anzi a chi di dovere nell’area islamica – che, pur non essendo allineata con l’altra costa dell’Atlantico, il suo non è pacifismo. Perché la Francia è pronta a tutto, anche a ricorrere agli estremi rimedi. Una force de frappe del Terzo millennio, appunto. De Gaulle aveva preso le distanze da Eisenhower e da Kennedy, ma si era ben guardato dall’avvicinarsi a Mosca. Certo, si era recato in visita al Cremlino, ma unicamente per suggellare un dialogo tra Francia e Russia che affondava le radici ancora alla piena epoca moderna (la storia nella politica internazionale francese ha sempre avuto un peso notevole). De Gaulle aveva deciso di combattere una propria Guerra fredda, alleato degli Stati Uniti, ma comunque svincolato da quelle che lui interpretava come ordini del Pentagono.
Oggi Chirac ha scelto di seguire l’esempio del suo più illustre – e capace – predecessore. Forse c’è anche un motivo di politica interna, frammista a desideri narcisistici di un Capo di Stato che rischia, agli occhi dei posteri, di essere lasciato in ombra dal suo predecessore François Mitterand e superatola un chissà quale successore.
Tuttavia, per la Francia si tratta di un passo falso. Ancora di più di quello commesso dal generale a suo tempo. Perché De Gaulle si opponeva a una Nato e un’Europa unita che erano in via di formazione e perché l’avversario, l’Unione Sovietica, era una potenza ben definita, che agiva all’interno del diritto internazionale.
Oggi, invece, Chirac rischia di intraprendere una politica di difesa autonoma dall’Unione europea, parallela – ma non conforme – alla sola superpotenza del mondo, gli Usa, e contraria a un’organizzazione internazionale dai caratteri difficili da definire. Tuttavia, non si capisce con quale obiettivo.

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