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Più potere e nessun alibi

Italicum: il meglio del peggio

Abbiamo disperatamente bisogno di un governo che governi. Di una maggioranza che abbia coraggio e numeri per salvare l’Italia

di Gianni Pardo - 05 febbraio 2014

Chi scrive a macchina con quattro dita, col tempo riesce ad essere abbastanza veloce. E se a quel punto qualcuno gli propone d’imparare a battere con dieci dita è naturale che risponda: “Ci ho provato e sono molto più lento”. L’obiezione è valida. Infatti è vero che da prima, ed anzi per qualche settimana, si è più lenti e si commettono più errori. Il punto è che però, se si persevera, non solo si raggiungerà l’agilità di prima ma si andrà molto più spediti. Perché, appunto, si muovono solo le dita, già pronte sui tasti, e non gli avambracci.

Anche per la nuova legge elettorale vengono manifestate parecchie obiezioni. E se si intende discuterne, magari per difenderla, per prima cosa bisogna riconoscere onestamente i suoi difetti. Soprattutto rispetto al sistema ideale che ciascuno ha in mente e che lo favorirebbe. Ecco una lista delle ragionevoli critiche.

Il partito che si presenta da solo non è ammesso in Parlamento se non ottiene almeno l’8% dei voti: e questa è una soglia altissima. Basti pensare per quanto tempo partiti storici e di grande tradizione non l’hanno raggiunta. Chi vota per un partito isolato rischia molto di disperdere il proprio voto e ciò potrebbe lasciare senza rappresentanza un buon numero di elettori.

Tutti i partiti che vogliono avere una maggiore probabilità di entrare in Parlamento sono dunque costretti ad entrare nelle coalizioni ma ciò limita pesantemente la loro libertà di manovra e perfino la loro possibilità di rappresentare le istanze dei loro votanti. Inoltre, per entrare alla Camera, devono superare lo sbarramento del 4,5% (soglia tutt’altro che trascurabile) e se non ci riescono da un lato non avranno rappresentanza essi stessi, dall’altro i loro voti andranno rimpinguare il carniere della coalizione cui si sono associati. Molti cittadini si sentiranno beffati.

Passiamo infine alla massima obiezione. Il partito A forma una coalizione con D, E ed F. Alle elezioni questi quattro partiti ottengono il primo il 23% dei voti e gli altri il 4% l’uno. Totale 35%, percentuale attribuita tutta al partito A, visto che gli altri tre non entrano in Parlamento. Altrettanto più o meno avviene alla coalizione capeggiata da B, e alla coalizione capeggiata da C. Dal momento che nessuno ha raggiunge la soglia del 37% si fa luogo al ballottaggio fra le prime due coalizioni e vince A, che si vede attribuire il 52% dei seggi in Parlamento. Dunque un partito che alla prima votazione ha ottenuto il 23% dei consensi si trova ad avere una rappresentanza incontrastabile del 52% dei seggi, più del doppio di quelli corrispondenti ai suoi primi votanti. E questo partito per cinque anni governerà tutti gli italiani. Ciò – diranno in molti – è antidemocratico. E anche se si pensa che sia un caso limite, costruito apposta per illustrare una tesi, rimane il fatto che questo risultato non è impossibile e va preso in considerazione. Magari per rimpiangere il tempo in cui si scriveva con quattro dita.

Ma vediamo lo sviluppo della situazione nel tempo. Innanzi tutto, è vero che da prima A ha avuto soltanto il 23% dei voti, ma in seguito, nel ballottaggio, ha avuto più del 50% dei voti. Inoltre i cittadini, ammaestrati da questa esperienza, alle successive elezioni sapranno che è meglio votare per un partito che sicuramente entrerà in Parlamento, anche se si è d’accordo con esso al 50%, piuttosto che per un partito col quale si è d’accordo al 90% ma che dopo lo spoglio dei voti sparisce dal Parlamento. Analogamente si presenteranno da soli i partiti che, già prima delle elezioni, sentono di essere molto forti nell’opinione pubblica, tanto da poter sperare in grandi consensi, come è avvenuto al M5S. Infine gli elettori potrebbero anche imparare che, in un sistema tendenzialmente bipartitico, si può serenamente votare non per qualcuno ma contro qualcuno. Durante la Prima Repubblica, il grande successo della Democrazia Cristiana non derivava dalla stima verso di essa (che ben pochi avevano) ma dal timore del Partito Comunista. Chi, in quegli anni, ha esclusivamente “votato contro” non farebbe che riprendere una vecchia abitudine. Come se non bastasse, siamo in condizioni migliori di quel tempo. Forza Italia è meno codina della Democrazia Cristiana e il Partito Democratico è meno antidemocratico del Partito Comunista. Ci limiteremmo a passare dal bipartitismo imperfetto di quegli anni al bipartitismo perfetto del futuro.

Abbiamo disperatamente bisogno di un governo che governi. Di una maggioranza che provi a salvare l’Italia e che – disponendo di un vero potere - non abbia scuse o alibi se non ci riesce.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario