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Cossiga Moro e la storia da riscrivere

Italiani sono sempre gli altri

C’è ancora un capitolo di vicende storiche da tutto da descrivere

di Davide Giacalone - 15 novembre 2007

Sono anni che, di tanto in tanto, Francesco Cossiga si toglie il gusto di “fare il matto” e, in quelle condizioni, dire cose altrimenti taciute. Gli capita, oggi, a proposito del rapimento di Aldo Moro, consegnando le sue parole, assai interessanti, al Corriere della Sera. Lo stesso Cossiga ha da poco dato alle stampe un bel libro (Italiani sono sempre gli altri), nel quale, però, il capitolo relativo a quella vicenda è, a dir poco, reticente. Sapere perché quel che ha taciuto ieri ha sentito il bisogno di dirlo oggi non è facile, e per depistare tutti Cossiga sa fare il matto come nessun altro. Ma quel che oggi dice è molto significativo. 1. Sostiene che mille comunisti sarebbero stati in grado di dare informazioni sulle Brigate Rosse, ma quelle notizie non erano a disposizione dei vertici del partito. Emanuele Macaluso prova a far lo spiritoso, osservando che la cosa è ridicola e paradossale. Manco per niente, perché Cossiga, in quel modo, torna su un punto fondamentale: nel partito c’era un’area fedele non al gruppo dirigente, ma all’Unione Sovietica. Non dice, Cossiga, che in mille sapevano dove si trovava Moro, ma che sapevano delle Brigate Rosse, a loro volta legate ai servizi segreti dei Paesi comunisti, e comandate da Mario Moretti, agente dell’est.

2. In quel mondo contiguo, in quell’area d’osservanza ad interessi di una potenza nemica, l’omertà resse, ma con due eccezioni: Guido Rossa, che fu ammazzato, ed un autonomo che portò un messaggio a Clò e Prodi. Attenti, aprite bene gli occhi perché Cossiga va giù pesantissimo: a. ovvio che quella della seduta spiritica è tutta una panzana, che l’attuale capo del governo ripete in spregio alla verità, ma fu il paravento dietro al quale Clò e Prodi protessero la fonte, quindi tutelarono la segretezza di quell’area filosovietica; b. tanto è vero che Rossa è morto, ma quell’autonomo no; c. inoltre Cossiga, fatto notevolissimo, non dice che Clò e Prodi portarono (come si è tante volte ripetuto) l’indirizzo della prigione di Moro, ma del “covo di Moretti” (sempre via Gradoli). Il che significa due cose: i. Moro era da un’altra parte; ii. Clò e Prodi furono interni, e complici, ad uno scontro apertosi dentro l’area finanziata ed addestrata dai servizi dell’est.

3. E’ vero che il tavolo ove si cercava di governare il sequestro Moro era affollato da appartenenti alla P2, ma quella era una garanzia per il prigioniero, visto che erano tutti amici suoi. La sorte successiva di quella loggia rientra fra le manipolazioni operate dal Kgb, di cui vi sono altri ed inquietanti esempi nella nostra vita nazionale.

4. Le carte di via Montenevoso furono portate dal generale Dalla Chiesa a Craxi ed Andreotti, e poi rimesse al loro posto. Il legame fra Dalla Chiesa e Craxi era forte, e di questo si dovrebbe tenere conto quando si racconta in modo a dir poco fumettistico la storia della sua eliminazione fisica. In ogni caso: quel che Moro disse e vi si trova scritto era vero.

5. Moro fu perso perché lo Stato, con l’allora ministro Cossiga, fu incapace di liberarlo. Ma fu perso anche perché le Brigate Rosse chiusero la partita nel mentre stavano vincendola, nel mentre la trattativa stava per essere ufficialmente e pubblicamente aperta. Anche questo è un fatto fin qui inspiegabile, che risponde a logiche del tutto esterne all’apparente e titanico scontro in corso.

Le parole di Cossiga, oggi, sono chiarissime, e proprio per questo si prestano a diverse interpretazioni. Lui, del resto, lo fa apposta. Ma una cosa non può essere messa in dubbio: la storia d’Italia, nella fase terminale della guerra fredda, quando i protagonisti interni, fossero essi dipendenti dall’ovest o dall’est, servitori dello Stato o criminali brigatisti, guadagnarono maggiore autonomia, si mossero non totalmente teleguidati, imponendo poi interventi correttivi, quella storia deve ancora essere scritta. Per intero.

www.davidegiacalone.it

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