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Non ci resta che puntare tutto sul Lotto…

Italia, terra eletta della rendita

A destra e a sinistra si benedice il patrimonio, senza capire che è la causa del declino

di Enrico Cisnetto - 13 gennaio 2006

Nel frastuono generale prodotto dalla misera caduta dei “furbetti” della finanza facile e nel polverone sollevato dalle reciproche accuse dei “furbetti” (si fa per dire) della politica, qualcuno si è accorto che una protagonista dell’economia post-industriale, la Lottomatica, ha compiuto la più grande acquisizione mai fatta da una società italiana negli Usa? No, troppo impegnati a leggere intercettazioni e a pronosticare i prossimi avvisi di garanzia. Tuttavia, sarebbe ora che guardassimo all’essenza vera delle vicende che vanno sotto il nome di Bancopoli (e arretrati), la quale non attiene al coté giudiziario – francamente di relativa importanza – bensì riguarda il presente e soprattutto il futuro del nostro capitalismo. Facendolo, ne dedurremmo che stiamo diventando sempre di più la terra eletta della rendita, sempre meno quella della produzione manifatturiera (inevitabilmente) e con sempre meno probabilità quella dell’economia della conoscenza (drammaticamente). Il punto di svolta, in negativo, è senza dubbio l’opa Telecom del 1999. Checchè sembra dirne l’amico Roberto Colaninno – mi riservo di leggere il suo libro-intervista, incuriosito anche dalla domanda che si fanno un po’ tutti: “ma chi gliel’ha fatto fare, oggi che è a cavallo della Vespa, di riesumare il passato?” – si è trattato di una pura operazione finanziaria, e per di più fatta con strumenti (il debito e il leverage non chiuso dallo spezzatino) che negli Usa erano stati volontariamente accantonati dal mercato già da molti anni. Non mi importa conoscere se essa ha generato illeciti o anche solo opacità nel rapporto con il mondo politico, mi basta sapere che ha indebitato, zavorrandola rispetto alle potenzialità di sviluppo e di crescita internazionale, la più grande e più promettente azienda del Paese. E, detto per inciso, è questa la responsabilità politica su cui farebbe bene Massimo D’Alema ad autocriticarsi, perchè per un uomo politico e di governo non c’è niente di peggio che aver dato il proprio avallo a qualcosa che compromette le prospettive del sistema-paese.

Da allora, da quella che fu definita la pietra miliare della modernizzazione del vecchio capitalismo tricolore (sic), il processo di finanziarizzazione della nostra economia ha preso a galoppare. L’attività immobiliare – non solo di vecchi e nuovi protagonisti del settore, ma soprattutto delle stesse imprese industriali (ah, a quanti spin-off abbiamo dovuto assistere!) – e quella finanziaria hanno finito col prevalere, diventando non solo un modo facile di fare grandi guadagni, ma assurgendo anche a status symbol della business community. E anche qui la politica ha avuto il torto non soltanto di non occuparsi dell’economia reale – in questi anni di bipolarismo straccione nulla ha unito di più i due poli che la mancanza di uno straccio di politica industriale – ma di benedire la rendita e i suoi uomini simbolo. Lo ha fatto il centro-destra – e non solo per gli interessi di Silvio Berlusconi, ma anche per un malinteso senso di rappresentanza del “patrimonio” rispetto al “reddito” – ma non meno il centro-sinistra, vuoi per la smania di promuovere un establishment “amico”, vuoi per il vuoto progettuale su cui poggia il suo pragmatismo post-ideologico, maturato per stato di necessità (la caduta del comunismo) e non per scelta. Nell’affermazione di Piero Fassino (intervista al Sole 24 Ore del 7 luglio 2005) secondo cui “non c’è un’attività imprenditoriale che sia pregiudizialmente migliore o peggiore di un’altra, né sul piano morale né su quello economico” e che “è tanto nobile costruire automobili o essere concessionario di telefonia, quanto operare nel settore finanziario o immobiliare”, c’è tutta la povertà dell’analisi della sinistra post-comunista (purtroppo anche di quella riformista). E non perchè debba valere il pregiudizio contrario, ma perchè così il leader dei Ds – ottenebrato dalla necessità di dire sì all’opa di Unipol su Bnl (è il titolo di quell’intervista) e dalla voglia di benedire chi stava scalando il “nemico” Corriere della Sera – ha dimostrato di non avere a mente che è proprio l’eccessiva patrimonizalizzazione e finanziarizzazione degli italiani (nessuno nel mondo occidentale vanta un rapporto di uno a otto tra pil e ricchezza privata) il vero nodo che soffoca la crescita del Paese. Anche qui, è sulla base di questo errore politico assolutamente strategico che avremmo voluto sentire l’autocritica di Fassino, non sull’altro.

Per fortuna che ogni tanto spunta qualche Lottomatica ad accendere la speranza che il declino sia arrestabile. Ma dura poco, se vedi in tv che Berlusconi si fa spiegare (efficacemente) da Bertinotti cosa significa governare un grande paese liberale.

Pubblicato sul Foglio del 13 gennaio 2006

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Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.