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Con 7 anni di ritardo si indaga sull’opa Telecom

Italia, Paese senza anticorpi

Su Unipol e Bpl un altro fallimento delle autorità di controllo. E troppa magistratura

di Davide Giacalone - 11 gennaio 2006

Che la Banca d’Italia avrebbe bloccato l’opa di Unipol su Bnl era evidente, e lo avevo scritto. Il fatto che la decisione sia firmata da Desario dimostra la consistenza del conflitto d’interessi in capo al nuovo governatore, Draghi. Non per sua colpa, ma il debutto poteva essere migliore. Fine di questa storia, se non fosse che lascia molti problemi aperti.

Ancora una volta le autorità di controllo non hanno funzionato, ancora una volta gli altarini sono saltati per intervento della magistratura penale. E’ un fatto grave, questo, molto grave. Unipol lanciò l’opa a luglio, è del tutto dissennato che la sua incapacità patrimoniale a farlo sia decretata a metà gennaio. In attesa d’essere autorizzata all’opa Unipol nutriva la convinzione di aver già vinto la partita. E’ vero che il suo amministratore lo comunicava ad amici parlamentari, per telefono, ma è anche vero che nessuna autorità si era peritata di andare a controllare come stavano le cose. E stiamo parlando di due società quotate in Borsa.

Guarda un po’ il caso, ma la bocciatura dell’opa arriva dopo che gli sponsor politici ne avevano già stabilita, a scopo autodifensivo, la inadeguatezza e negatività. Con il che si lascia in bocca al pubblico la strana sensazione che ove la sponsorizzazione non fosse venuta meno, anche le autorità preposte si sarebbero comportate diversamente. Attenzione, perché non è l’esistenza di qualche filibustiere a tenere lontani i risparmiatori e le aziende dalla Borsa, bensì la sensazione che il filibustiere possa godere di complicità fra i controllori, per loro corruttibilità o incapacità.

Ora ci dicono che, visti gli intrecci d’interessi venuti a galla, visto il ricorrere di certi personaggi sia nella scalata a Bnl, sia in quella ad Antonveneta, come anche in quella a Telecom Italia, su quest’ultima è necessario avviare delle indagini, che forse sono già in corso. Bravi, buon lavoro, ma quella storia io l’ho mandata in libreria due anni fa (Razza Corsara), con nomi, cognomi ed indirizzi. Nessuno ha querelato, ed il mio lavoro non era certo quello di chi dovesse scoprire reati. Io raccontavo i fatti, e tali fatti erano: a. la privatizzazione di Telecom Italia fu fatta a condizioni poi tutte violate; b. ciò che si raccontò ai riparmiatori fu poi smentito dai fatti; c. quando Colaninno scalò Telecom Italia la Consob non intervenne per sanzionare comportamenti del tutto incoerenti con il dettato legislativo; d. la società lussemburghese allora utilizzata, la Bell, non solo consentiva vantaggi fiscali, ma celava la reale identità degli scalatori; e. la Telecom fu poi ceduta fuori Borsa a Pirelli, con un bel marameo ai risparmiatori ed alle regole. Non bastando tutto questo, ho anche raccontato come la condotta di Telecom Italia, società quotata in Borsa, sia stata quanto meno disinvolta e sospetta in Brasile, ove possono essersi generati fondi neri, tanto più sospetti visto che la proprietà non era trasparente ed individuabile.

Su tutti questi fatti c’è stata la più solida omertà, interpartitica ed intergiornalistica. Non so quanto di questo tornerà alla ribalta, ma so che se accadrà lo si dovrà, ancora una volta, ad indagini penali. E questo è un male, un grande male, segno di un Paese senza anticorpi, dove lavora solo il chirurgo. Speriamo solo abbia occhiali efficienti, e non colorati.

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