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Siamo ancora in coda nella classifica europea

Italia, il declino è una realtà

Tra il 2001 e il 2007 una crescita media dello 0,8%. E intanto dibattiamo di primarie…

di Enrico Cisnetto - 10 ottobre 2005

L’Europa rallenta, l’Italia è ferma. Mentre si discute di tutt’altro, è opportuno fare i conti con le ultime previsioni economiche per tentare di ancorare il dibattito politico alla dura realtà della congiuntura. E’ molto utile, a questo fine, il report di Efn-Euroframe, il network che riunisce i dieci maggiori istituti di analisi economiche del Vecchio Continente. Da un lato, l’intera Europa paga caro a breve termine il rialzo del petrolio, riducendo le previsioni di crescita del 2005 di almeno 2 o 3 decimali di punto percentuale e si prepara a convivere con un prezzo del barile di greggio stabilmente sopra i 60 dollari. Dall’altro, l’Italia è destinata ad accentuare il suo distacco dalla Ue, dopo che per un certo periodo era riuscita – grazie alla comune stagnazione, non certo per virtù – a mantenersi non distante dalla media europea. Infatti, nonostante la previsione 2005 per Eurolandia parli di uno striminzito +1,2%, noi con un pil a crescita zero denunciamo uno scarto del 100% dai nostri partner continentali. Meglio faranno sia la Germania, che pure con lo 0,8% rimane sotto la media, sia la Francia, che con l’1,5% di crescita starà sopra la media. Ma quel che è più grave è che il distacco è destinato a mantenersi anche nei prossimi due anni, nonostante la tanto sbandierata “ripresina” (che, a quanto pare, ci farà solo uscire dalla recessione per riportarci nella precedente condizioni stagnativa). Infatti i paesi della zona euro chiuderanno il 2006 con un pil aumentato dell’1,8% e il 2007 con un +2% (già scontando il petrolio a oltre 60 dollari). Con la Germania ancora un poco sotto media (+1,3% e + 1,7%) e la Francia sopra (+2,1% e +2,2%). Per l’Italia, invece, il distacco sarà del 50% l’anno prossimo (+0,9%, esattamente la metà della media di Eurolandia) e del 40% quello successivo (sempre 9 decimi di punto, ma +1,1% contro +2%).

Insomma, vuoi perché la delocalizzazione dell’industria tedesca ha permesso di sostituire il made in Germany con il più vantaggioso made by Germany, facendo balzare in avanti l’export e scaricando sul welfare il surplus di disoccupazione prodotto, vuoi perché la Francia sostiene i consumi interni mentre converte il suo manifatturiero, vuoi infine perché la bolletta petrolifera per l’Italia è più cara (nessuno dipende da greggio e gas all’80% come noi), sta di fatto che il declino tricolore è destinato ad allargare il solco che ci divide dal resto d’Europa. E considerato che l’economia continentale continua ad essere nel suo complesso debole, incapace di rompere l’asse tra Asia e Stati Uniti che guida lo sviluppo mondiale, quella italiana appare una condizione ancor più preoccupante. Se le stime di Efn saranno confermate, l’Italia chiuderà il periodo 2001-2007 con una crescita complessiva del 5,7%, che significa una media annuale dello 0,8%. Per sette anni di seguito. Altro che crisi congiunturale, altro che ostentazioni di ottimismo. Qui bisogna che il dibattito politico riparta da un dato di fatto: il declino non è un’invenzione e non può essere un’arma elettorale. Stiamo perdendo la partita della competizione globale, e più tardi se ne prenderà atto e tanto più alto sarà il prezzo da pagare. Altro che primarie, Prodi e Berlusconi dovrebbero essere costretti a darci una ricetta su come uscire dalle sabbie mobili del declino strutturale, e in mancanza, andarsene a casa entrambi.

Pubblicato sul Messaggero del 9 ottobre 2005

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario