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"L'Italia non è la Grecia"

Italia e Grecia

La situazione di Atene è drammatica sia sul fronte economico-finanziario sia su quello del profilo della vita democratica

di Enrico Cisnetto - 12 febbraio 2012

Ha proprio ragione il presidente Napolitano: “l’Italia non è la Grecia”. E per fortuna. Perché la differenza tra i due paesi non la fa soltanto la diversa condizione economico-finanziaria – noi abbiamo un debito sette volte più grande ma un’economia neppure comparabile con quella rural-turistica di Atene e un grado di solvibilità che loro si sognano – ma anche e soprattutto una situazione politica e sociale decisamente imparagonabile. Eppure entrambi i paesi, una volta arrivati sul ciglio del baratro (e noi ci saremmo trascinati dietro l’euro), sono stati costretti a cambiare governi democraticamente eletti perché non erano in grado di fare le riforme necessarie, ma da quel momento le strade dei rispettivi destini, che sembrano parallele pur fatta salva la diversa gravità della crisi finanziaria, si sono nettamente distinte.

All’esecutivo Monti si possono muovere tutte le critiche possibili per come ha condotto la fase uno e la fase due (alcune fondate), si può considerare effimero (sbagliando) il successo che ha avuto al tavolo europeo e ora con Obama, insomma si può essere antipatizzanti quanto si vuole del nuovo corso e nostalgici del vecchio, ma certo non si può negare che l’Italia abbia invertito la rotta e imboccato la strada giusta. Come attesta quella imparziale “spia rossa” che è lo spread, la quale rimane sì accesa (370 punti base sono ancora troppi) ma certo non segnala lo stesso grado di pericolo di quando aveva raggiunto quota 570 e costringeva i tassi sui Btp decennali a stare sopra il 7% di rendimento. Viceversa, la situazione di Atene non è solo compromessa dal punto di vista economico-finanziario – fallisce formalmente se entro il 27 marzo non intervengono nuovi aiuti – ma è a dir poco drammatica anche sotto il profilo della tenuta della vita democratica, perché sia la rivolta sociale in atto, con tutte le tentazioni autoritarie che può generare, sia la modalità da “commissariamento” con cui l’Europa e il Fondo Monetario stanno gestendo lo scambio “aiuti contro riforme e austerità”, sono dinamiche tali da poter annullare la volontà popolare e trasfigurare la democrazia rappresentativa.

Non nascondiamocelo, la Grecia è di fronte ad un bivio esiziale: se obbedisce alla richieste dei “soccorritori” – logiche, sia chiaro, ma maledettamente recessive per un Paese che ha appena chiuso il 2011 con una decrescita di oltre il 5% – abdica alla propria sovranità e inaugura nell’Europa della moneta unica un’inedita forma di democrazia “sotto tutela”; se si ribella, crolla finanziariamente ed è costretta a uscire dall’eurosistema, con ripercussioni drammatiche visto che con il ritorno alla dracma strapagherebbe le importazioni e non si avvantaggerebbe della svalutazione (50%) perché esporta poco o niente. Probabilmente, se la Merkel non si fosse messa di traverso all’idea di Papandreou di far votare attraverso un referendum le misure che servivano a evitare il default, probabilmente ora la Grecia non sarebbe davanti a questo drammatico bivio.

Ora non rimane che sperare che oggi il Parlamento greco approvi il pacchetto di misure predisposto dal governo Papademos, e che sia sufficiente a calmierare quei maledetti 2700 punti di spread che separano i bond greci da quello tedeschi. Soltanto così la “discontinuità” di Papademos potrà assomigliare a quella, finora fortunatamente assai più efficace, di Monti.

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