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Le risorse per arginare la crisi

Italia delle rendite: che fare?

Le famiglie sono ricche, ma il patrimonio non viene investito in attività produttive

di Enrico Cisnetto - 27 maggio 2005

Si può fare un ragionamento serio, sgombro da luoghi comuni e asservimenti ideologici, sulla questione fiscale, o meglio su quel quadrilatero virtuale rappresentato da rendite, profitti, reddito e patrimoni? Forse stanno maturando le condizioni, specie se si parte dall’osservazione della realtà. La quale ci dice le seguenti cose. Primo: l’Italia dal 2001 ad oggi è cresciuta dello 0,7% all’anno, il peggior quinquennio dal dopoguerra. Ora, se si è prodotto reddito aggiuntivo in misura marginale, è evidente che anche i profitti e gli investimenti hanno seguito un trend analogo. Dunque, senza quote aggiuntive di reddito, le famiglie devono far conto su altre fonti per non dico accrescere, ma almeno mantenere i propri standard di vita e di consumo.

Secondo: in base ai dati Bankitalia relativi al 2003, nel loro complesso le famiglie italiane possiedono una ricchezza lorda valutabile in 8.200 miliardi di euro, oltre 6 volte il pil. Di questo patrimonio, circa il 65% è rappresentato da immobili e beni reali, il restante 35% da attività finanziarie. Insomma, siamo ricchi, ma teniamo il capitale immobilizzato. Terzo: il carico fiscale sui profitti delle imprese è del 33%, sui redditi personali e da lavoro comprende vari scaglioni fino ad un massimo del 41%, mentre il carico fiscale complessivo medio si aggira intorno al 43%. A fronte di queste aliquote, le rendite finanziarie sono tassate per il 12,5%, salvo i conti correnti e gli investimenti di carattere speculativo a breve termine che invece pagano il 27%.

Ora non è difficile arrivare ad alcune conclusioni. La prima delle quali, è che il Paese ha spostato il proprio baricentro dalla produzione del reddito alla gestione del patrimonio. Viviamo di rendite anche se non di rendita, si potrebbe dire. Alla progressiva deindustrializzazione e alla perdita di competitività crescente del manifatturiero “povero” che caratterizza il nostro capitalismo, abbiamo risposto rifugiandoci a livello imprenditoriale nei servizi protetti dalla concorrenza e a livello personale nella messa a reddito del patrimonio accumulato. Le stesse imprese, poi, hanno una componente di ricavi legati ad attività immobiliari e finanziarie che spesso sono decisivi per rendere il conto economico positivo. Si spiega così sia il contrasto tra l’andamento dell’economia reale e tasso di mortalità, ancora relativamente basso, delle imprese, sia quel fenomeno messo in evidenza soprattutto dal Censis, secondo cui il nocciolo della questione italiana sta nella contraddizione tra un’economia in recessione e un Paese dove il tenore di vita continua ad essere molto più alto che altrove. De Rita tende a risolverla, questa contraddizione, con il sommerso, ma in realtà il grosso del fenomeno si spiega proprio con la dicotomia profitto-rendita e l’uso del patrimonio come strumento fondamentale per organizzare la vita delle famiglie. Naturalmente – e qui siamo alla seconda considerazione da fare – il patrimonio non è affatto distribuito equamente. Si potrebbe dire che, pur con gli eccessi che gli sono propri (stock-options, premi, ecc.) il mercato del lavoro genera i giusti parametri meritocratici, mentre sul terreno delle rendite le differenze tendono ad accentuarsi.

Adesso si tratta di passare al fronte fiscale, stando attenti a distinguere tra equità e opportunità. Se si considera il primo parametro è evidente che esiste una sperequazione tra chi reddito da lavoro e da impresa e chi, invece, gestisce patrimonio. Dunque se ne potrebbe concludere che è giusto tassare la rendite, i capital gains e le plusvalenze immobiliari, tanto più in una fase di gravi problemi di bilancio dello Stato. Ma, attenzione: i capitali mobili e immobili fuggono all’estero, diventano sommersi, dunque le rendite che producono sfuggono al fisco. E comunque, le dimensioni del reddito prodotto sono marginali rispetto ai beni che lo producono. Dunque, senza scomodare Bertinotti, per carità, ne deriva che è meglio tassare il patrimonio. Ma qui, mi rendo conto, si tocca un tasto assai delicato: è opportuna una tassa patrimoniale? Non rischia di essere punitiva soprattutto per i possessori di case, che sono l’80% delle famiglie italiane? Ora, accantonando ogni valutazione di tipo ideologico, proviamo a rovesciare il discorso: può l’Italia permettersi di trasformarsi definitivamente in un Paese rantier? Che prospettive possono avere le giovani generazioni da un “paese cammello” che consuma le sue riserve senza riuscire a produrne di nuove? E come si gestiscono le tensioni sociali che questa dicotomia tra pil e patrimonio inevitabilmente produce? Una classe dirigente assennata queste domande dovrebbe porsele. E se per caso si dovesse arrivare alla conclusione che gli investimenti che servono a rendere possibile un nuovo modello di sviluppo, basato sul profitto e sul lavoro anzichè sulla rendita, non potendo essere generati con altro deficit devono giocoforza essere finanziati dal patrimonio, io non credo che ci sarebbe nulla di scandaloso. Detto questo, si tratta poi di vedere come si realizza questa sorta di grande conversione. Quella di tassare i grandi patrimoni immobiliari e finanziari è la via più facile, ma anche la più ruvida. Provare a riconvertire quei patrimoni in attività produttive, usando il doppio pedale degli incentivi e dei disincentivi, sarebbe la strada più complicata ma anche la più virtuosa. Il saggio Giuseppe Guarino l’ha proposta (intervista al Sole 24Ore del 24 maggio) per abbattere il debito pubblico, ma in fondo è la stessa cosa. Dobbiamo trovare il modo e il luogo giusti per ragionarci.

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