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Analisi delle elezioni attualmente in corso

Israele al voto per Knesset e governo

Un passo fondamentale per il proseguimento del processo di pace. Ma a rischio assenteismo

di Pascal Carlucci - 28 marzo 2006

Oggi più di 5 milioni di Israeliani si recheranno alle urne per votare alle elezioni politiche per la Knesset, organo legislativo composto da 120 membri. I principali partiti che si contenderanno la maggioranza parlamentare sono il Likud, il Labour e il nuovo partito centrista, e favorito, Kadima. L’elezione si svolge in un clima di massima sicurezza dovuta ad un aumento degli attentati terroristici in Medio Oriente. Nonostante l’emorragia cerebrale del leader ed eroe nazionale Ariel Sharon abbia emozionato l’intera nazione, probabilmente questa elezione avrà un alto tasso di assenteismo alle urne. La formazione di questo parlamento, che rimarrà in carica per 4 anni, è vitale per lo scenario mediorientale.
Il sistema elettorale israeliano è un puro proporzionale su base nazionale con la soglia di sbarramento per i partiti al 1,5%. I partiti scelgono i propri candidati alla Knesset secondo un’elezione primaria. Questa elezione deciderà anche la formazione del prossimo governo. Il partito che vince, infatti, esprimerà il proprio candidato alla premiership. Questo governo durerà anch’esso 4 anni come la Knesset. Come in ogni sistema proporzionale i partiti maggiori dovranno ottenere il consenso di partiti minori per ottenere una maggioranza utile a governare il paese. Con una soglia di sbarramento così bassa il sistema politico Israeliano presenta una rosa di ben 13 partiti che influenzano spesso i programmi dei partiti politici.
Il Likud, partito conservatore di destra, condotto dall’ex ministro delle finanze Netanyahu, è stato al governo sotto la guida di Ariel Sharon per ben cinque anni, ma il ritiro da Gaza ha decretato una crisi profonda nella destra Israeliana. Oggi in Israele, c’è chi pensa che sia giunto il momento di arrivare ad una degna conclusione del conflitto e che la creazione di due stati sia la cosa migliore per entrambi. La cessione di molte colonie nella Cisgiordania, come prospettato dal Primo ministro Ehud Olmert, è un affronto troppo pesante per alcuni settori militari e per i gruppi religiosi oltranzisti. Il Likud, grazie alla forte personalità di Sharon, ha condotto un politica decisa contro il terrorismo palestinese, colpendo con raid aerei diversi leader terroristi, e ha continuato il dialogo di pace. Tuttavia Sharon, durante il suo mandato, si è reso conto che solo un ritiro da Gaza e da alcuni dei territori occupati della Cisgiordania, può portare maggiore sicurezza ad Israele. E’ così che, dopo la sfida interna al partito lanciata da Netanyahu, Sharon e Shimon Peres hanno creato il primo vero partito di centro della storia politica israeliana chiamato Kadima.
Kadima (che in ebraico significa progresso) è condotto dal sostituto di Sharon Ehud Olmert, trovatosi tristemente e improvvisamente alla leadership dopo l’ictus che ha colpito il premier Ariel Sharon. Punto principale di questa “coalizione dei moderati”, è quella di creare una soluzione politica solida per i negoziati con l’Autorità Nazionale Palestinese. Kadima si propone di mantenere Gerusalemme e molti degli insediamenti nella Cisgiordania, facendo ampie concessioni territoriali, oltre a ritiro già avvenuto da Gaza. Gli opinionisti danno come vincitore questo partito, rispondendo forse al sentimento radicato nella società israeliana di grossa sfiducia verso una convivenza pacifica con una possibile nazione palestinese. E’ necessario quindi, per chi voterà Kadima, concedere territori per poter finalmente chiudere questa interminabile scia di sangue.
L’unico partito che sembra non avere come obbiettivo prioritario il processo di pace è il Labour, che, secondo quanto dichiarato dal suo candidato Peretz, si concentrerà sulle sfide economiche e sociali all’interno della società israeliana,che ha pagato a caro prezzo il terrorismo. Sebbene il labour sia alleato con la decisione di Ariel Sharon di ritirarsi da Gaza, è probabile che non ottenga il consenso elettorale del Likud e e di Kadima. Non è tuttavia da scartare l’ ipotesi di un accordo negoziato da Shimon Peres per una coalizione con Kadima.
Lo Shinui (partito liberale, fautore di una netta separazione tra stato e religione), lo Shas (partito religioso opposto a Shinui) e UTF (United Torah Judaism - radicalmente opposto al piano di ritiro dai territori occupati) potrebbero giocare un ruolo di incertezza nella formazione di un’eventuale governo. Come accade in tutti sistemi proporzionali, si saprà tutto quando il Parlamento sarà formato.
Nel più ampio scenario geopolitico, la formazione di un governo Israelinao è sempre un evento che raccoglie l’attenzione di tutti gli esperti di politica internazionale. La vittoria e la formazione del governo di Hamasa in Palestina giocheranno di sicuro un’importante variante in queste elezioni. Hamas punta a Gerusalemme e la formazione di un governo monocolore senza l’appoggio di Abu Mazen potrebbe aumentare di qualche punto percentuale le proiezioni del Likud e di acuni partiti religiosi di destra. La formazione di questo nuovo governo ci cidà con che velocità si raggiungerà, o non si raggiungerà un accordo sulla soluzione “due stati, due nazioni”. Molti pessimisti invece pensano che non cambierà molto. Hamas comunque è diventata un forza di governo eletta dal popolo per guidare il Paese. L’atteggiamento frontista tenuto da Yassin e Rantissi, non potrà più tenere banco. Saranno Isamail Hanyeh, primo ministro, e Mahmoud al Zahar (ministro degli Esteri, padre di un figlio ucciso durante un raid israeliano nel 2003) a condurre i negoziati con Israele e a risponderne ai palestinesi.

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