ultimora
Public Policy

Dotiamoci di una vera politica industriale

Iri, indietro non si torna

Le privatizzazioni si fecero come peggio non si poteva, non si rimedia portando indietro gli orologi

di Davide Giacalone - 04 aprile 2011

C’è una sana via di mezzo fra il tornare all’Iri e il ciascuno per sé e dio (mercato) per tutti. Consiste nel dotarsi di una politica industriale, mettendo fisco e infrastrutture al servizio di un’idea futura del nostro sistema produttivo. C’è un modo migliore del costruire colossi statalizzati, per far affari in Cina, e consiste nel far funzionare la diplomazia commerciale e spronare le banche a fare il loro mestiere. Ci può essere nostalgia per la Mediobanca di Enrico Cuccia (e la provo), ma non si può non sapere che era finita già prima della mostre del suo artefice, con l’avvento della globalizzazione. Giulio Tremonti è uno dei pochi politici italiani che pensa, avendo una sana conoscenza del mondo e delle cose, ma deve stare attento a non innamorarsi troppo dei paradossi che inventa. Anche perché, come egli stesso sa, i paradossi mutano e gli amori passano.

Mentre i guai restano. Del resto, sarebbe comico dover ricordare il governo Berlusconi come l’ultimo esperimento socialista, con il ritorno alla statalizzazione. Ne volete delle prove? Guardate a quel che succede con Parmalat, o con le nomine in Enel, Terna, Poste Italiane e Finmeccanica. Per evitare che i francesi prendano Parmalat il governo cambia le regole del gioco e non esclude l’intervento della Cassa Depositi e Prestiti, il che, per non farla palloccolosa, è un modo per statalizzare l’azienda. Prima di dirsi favorevoli o contrari si deve capire il perché. La gran parte dei marchi dell’alimentare Made in Italy è già stata comprata all’estero, perché Parmalat sarebbe il Piave? Perché l’azienda crollò a causa di un privato ladrone, di banche complici e di un sistema dei controlli penoso (nel migliore dei casi). Perché al collasso sistemico è succeduto un risanamento che ha reso pingui le casse ma asfittica la gestione imprenditoriale, facendone la preda perfetta. Il predatore s’è presentato e ha comprato il 29%.

Ora che si fa? Se si combatte con cordate imprenditoriali occorre un disegno industriale, che difetta, come anche i quattrini che sono disposti a rischiare. Se si combatte con soldi pubblici c’è il rischio di buttarli, lasciando comunque il potere ai francesi. Se si lancia l’Opa, come vorrebbero le regole, si prenderanno soldi degli italiani per regalarli ai francesi, i quali realizzeranno un buon affare. Scenario grandioso. Il tutto per non essere stati capaci, prima, di dire che dentro la presunta Unione Europea deve valere la più schietta reciprocità, che chi erige barriere protezionistiche non può fare shopping altrove e chi non deposita i bilanci non può fare scalate.

Veniamo alle nomine. Le chiacchiere inseguono i nomi dei prescelti, magari deprecando la spartizione partitica e auspicando che prevalga il criterio della professionalità. Smettiamola di prenderci per i fondelli: se un’impresa è controllata dallo Stato le nomine non possono che essere politiche, in quanto alla “professionalità”: di che? Nel rinnovare vertici aziendali la prima cosa da farsi è stabilire se gli uscenti hanno operato bene o male, e la seconda discutere quale sia la missione che si affida ai nuovi. Nessuna delle due cose è all’ordine del giorno, discutendosi solo di potere allo stato puro, sicché gli attualmente insediati risultano essere anche i favoriti, per la semplice ragione che sono quelli con più diretto accesso alla gestione degli interessi esistenti.

Non mi stupisce il silenzio del mondo politico, intento a schiamazzare ai piani bassi, è il silenzio del mondo economico a colpire, come se non fossero decisivi gli indirizzi che prenderanno quelle società, che oltre ad essere partecipazioni statali sono anche le più grandi del nostro mercato. Segno che la gran parte degli
industriali privati è, in realtà, fornitrice o cliente delle ammiraglie a dominio statale. Le privatizzazioni si fecero come peggio non si poteva, dilapidando ricchezza pubblica. Ma non si rimedia portando indietro gli orologi e dilapidandone dell’altra.

Pubblicato da Libero

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario