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Al Jaafari lascia: segnale politico di apertura

Iraq, uno strappo atteso per ripartire

Apprezzata la decisione sciita, ma rischia di essere una goccia nel mare magnum della crisi

di Antonio Picasso - 21 aprile 2006

Una crisi di governo per sbloccare lo stallo politico ed eventualmente, in un secondo tempo, mettere mano alle possibili soluzioni della guerriglia? È un’opzione, ma comunque non basterebbe.
Le dimissioni del primo ministro iracheno, Ibrahim al Jaafari, esponente di spicco della maggioranza sciita nel parlamento di Bagdad, sono state salutate come un passo indietro e una conseguente disponibilità al dialogo con le rappresentanze sunnita e curda e per risolvere l’intoppo delle nomine istituzionali: capo dello Stato, primo ministro e presidente del parlamento.
Forti della maggioranza relativa, in seno all’Assemblea nazionale – 128 su 275 seggi complessivi – gli sciiti si possono permettere di tendere una mano alle altre due fazioni. È un gesto politico, il loro. L’unico – da quando, con le elezioni di fine 2005, l’Iraq si è dotato di una rappresentanza parlamentare – che contrasta con il quotidiano bollettino di guerra che arriva in Occidente. Ma che non permette conclusioni affrettate oltre che illusorie. Perché l’evento potrebbe rilevarsi un buco nell’acqua, come un semplice caso isolato. E soprattutto bisogna ricordarsi che dei continui attentati sono responsabili gli agenti esterni – in particolare la “filiale” irachena di Al Qaeda guidata da Al Zarkawi – piuttosto che le fazioni che siedono nell’Assemblea nazionale, le quali sono sì pervase da contrasti reciproci, ma è altrettanto vero che il fatto stesso di sedere tutte nello stesso emiciclo parlamentare le rende più affini al dialogo e all’attività politica, invece che alla lotta armata.
Tuttavia, le dimissioni di Al Jaafari devono essere considerate nella loro genuinità. Sono la risposta positiva, infatti, all’esplicita richiesta dei sunniti e dei curdi che gli sciiti presentassero (e oggi presentino) un candidato alternativo ad Al Jaafari per guidare il governo del Paese. Ed è stata fissata per sabato, salvo intoppi, una nuova sessione dell’Assemblea. Durante questa, la rappresentanza sciita presenterà la lista dei papabili. Ed è già partito un “totonomine”. Tutti sciiti, ma soprattutto tutto reduci delle persecuzioni di Saddam. Esiliati, una volta caduto il raìs, sono tornati in patria. Un comune biglietto da visita che può tornare onorevole agli occhi dei curdi, anch’essi vittime della dittatura, ma non ai sunniti, che di Saddam erano i favoriti – anche perché Saddam stesso è sunnita.
Sarà, allora, nelle ulteriori mosse politiche, prima fra tutte sabato, che si potranno intravedere gli sviluppi per la stabilizzazione del Paese? Solo in parte purtroppo. Perché l’affermazione delle istituzioni politiche costituisce una soluzione ad alcuni dei mali che affliggono l’Iraq. Certo, un governo, o meglio uno Stato iracheno, sovrano e costituito, è sicuramente una pedina in più per combattere la violenza e il terrorismo. Ma non è sufficiente. Perché, un esempio per tutti, gli Stati Uniti devono definire – oltre a un’exit strategy di cui si parla spesso – un modo per aiutare effettivamente questo governo iracheno che, attualmente, risponde troppo bene ai canoni di un governo fantoccio. E devono garantire l’autonomia allo stesso, senza far minimamente sospettare che, quando – e se – smobiliteranno, lo faranno perché la missione di potrà dirsi compiuta e non perché saranno costretti a evacuare.

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